lunedì 17 giugno 2013

Italia 33° grado

Consigliamo la visione del seguente filmato, ovviamente censurato dai media tradizionali.
Distruzione delle Nazioni, creazione del Nuovo Ordine Mondiale, impoverimento progressivo ed ineluttabile dei cittadini, controllo dei cittadini mediante chip sottocutaneo: questi gli obiettivi della Massoneria mondiale.


domenica 16 giugno 2013

Francesco Cecchin, caduto dal balcone con le chiavi strette in mano

Francesco Cecchin: caduto dal balcone con le chiavi strette in mano
 Fonte: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/primopiano-focus/847266/Francesco-Cecchin--caduto-dal-balcone.html
 
 
E' il 16 giugno del '79 quando il giovane militante del Fronte della Gioventù muore, dopo 19 giorni di agonia
Per questo omicidio non pagherà mai nessuno, anche grazie alla connivenza del Pci che ha sempre coperto l’unico imputato.
“E Francesco che è volato sull’asfalto di un cortile, con le chiavi strette in mano, strano modo per morire…”
Queste le parole della canzone “Generazione ‘78” che Francesco Mancinelli dedica a tutti i caduti di quegli anni di piombo maledetti. E anche a Francesco Cecchin. Parole che, ancora oggi, fanno venire la pelle d’oca. “Con le chiavi strette in mano..”. Eh si, proprio così perché quel ragazzo morì all’età di 17 anni, prima massacrato di botte da quattro “compagni” vigliacchi (di cui non si è mai saputo il nome) e poi gettato da un balconcino, sull’asfalto. Un volo di cinque metri. Che dopo 19 giorni di coma, lo ha ucciso. Nonostante le sue condizioni erano nettamente migliorate. “…Strano modo per morire”. Sembra di raccontare la storia di Sergio Ramelli, ancora una volta.
Siamo a Roma, quartiere africano. Il mese di maggio sta volgendo al termine. L’estate è alle porte. Le scuole stanno finendo, i ragazzi iniziano a pensare cosa fare in vacanza. Ma chi fa politica, in quegli anni, non va mai in vacanza. L’ideale prima di tutto. Si fa politica 365 giorni l’anno. Per gli ideali, però si muore anche, in quegli anni.
Si muore per il proprio credo  politico. E, come è successo a Francesco,  anche solo per aver attaccato un manifesto nel posto sbagliato. Il motto, tanto, è sempre lo stesso: “uccidere un fascista non è reato”.
È soprattutto nella capitale che la guerra tra i “rossi” e i “neri” diventa una questione di egemonia territoriale, di “conquista dei quartieri”.
Francesco Cecchin è davvero giovane. Non ha ancora diciott’anni. È alto, biondo e con gli occhi azzurri. Insomma, il classico bel tipo pieno di ragazze innamorate di lui. “Abbiamo scoperto che aveva due fidanzate, non una. Ed entrambe molto carine”, le parole della sorella Maria Carla.
Ma per lui la priorità è una sola: la politica. È un militante del Fronte della Gioventù; frequenta la sezione di via Migiurtina, la zona più rossa del cosiddetto “quartiere Africano”. L’unico avamposto di sinistra di tutto il circondario, che è invece notoriamente fascista.
Quella sezione del Msi appare come una provocazione in una porzione di territorio che i militanti del Pci considerano “cosa loro”. Diventa ben presto un bersaglio, fino ad essere costretta a chiudere.
Un quartiere, quello Trieste-Salario, che è uno dei campi di battaglia più caldi di Roma. Cecchin è un ribelle nato. Ha solo 17 anni ma coraggio da vendere. È già un leader, un rivoluzionario. Tanto che Terza Posizione lo vorrebbe con sé, anche se è così giovane.
A scuola non va benissimo. Ma più che per demeriti suoi, per colpa dei compagni che lo prendono di mira.
I primi due anni di liceo sono difficili. Due bocciature al tecnico “Mattei”. Di lui, non si può certo dire che sia un “secchione”, ma frequentare la scuola è davvero difficile per Cecchin. Sembra il ripetersi della storia di Sergio Ramelli. Viene isolato, è riconoscibile, un bersaglio facile. Va via da quell’istituto e si iscrive al liceo artistico di via Ripetta. Può così seguire la sua passione innata per il disegno. Il ragazzo passa intere nottate con i pennarelli in mano. Il suo capolavoro è un ritratto di Corneliu Zelea Codreanu, il fondatore delle “Croci frecciate rumene”.  Se lo attacca in camera. “CAMMINA SOLTANTO SULLE STRADE  DELL'ONORE. LOTTA E NON ESSERE MAI VILE. LASCIA AGLI ALTRI LE VIE DELL'INFAMIA”. Questa è la frase del rivoluzionario a cui più si ispira.
Ma anche all’artistico gli studenti di sinistra sono moltissimi. Ci fa a botte spesso, Cecchin, con i “compagni” che non lo lasciano in pace. La voce si sparge presto: “è un fascista, non deve passarla liscia”.
Non è un violento, ma neanche uno stinco di Santo. Sicuramente però è un ragazzo dall’animo buono.
La sua famiglia è di Nusco, in provincia di Avellino, il “feudo” di Ciriaco De Mita. Il papà, Antonio, è un funzionario del settore cinema al ministero dei Beni Culturali. È stato volontario in Somalia e imprigionato dagli inglesi prima di essere consegnato agli americani, venendo trasferito in cinque campi di prigionia diversi negli Usa. Uno tosto insomma. Il figlio ha preso da lui. La mamma fa la casalinga e la sorella, Maria Carla, studia al primo anno di giurisprudenza. Non navigano nell’oro i Cecchin, ma riescono a vivere in maniera comunque dignitosa. Sono molto uniti.
La sera del 28 maggio 1979 Francesco è in Piazza Vescovio. Nel  suo quartiere. Sono le 20, minuto più minuto meno. È  insieme con altri tre ragazzi del Fronte della Gioventù. Devono fare affissione. Barattolo di colla e scopa, come di consueto.  Ma i giovani camerati vengono notati da un gruppo consistente di compagni, che gli si avvicinano e iniziano a coprire i manifesti.  Sono molti di più, come sempre. Venti contro quattro. Vigliacchi. Poco distante da lì, c’è una macchina, una Fiat 850 bianca parcheggiata. Nessuno ci fa caso inizialmente. I compagni sono della sezione del Pci di via Monterotondo. Il loro capo è Sante Moretti, 46 anni ed un passato da pugile. “Vi abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia, vi faremo chiudere anche viale Somalia” urla ai quattro missini. Poi si rivolge a Cecchin, e lo minaccia: “tu stai attento, che se mi incazzo ti potresti fare male”. Lui, Francesco, non fa una piega, non si fa intimidire. Un coraggio da leoni. Lo guarda con aria di sfida, si volta e se ne va. Quella frase, quella minaccia, è la dimostrazione che i gruppi di sinistra ortodossa ed extraparlamentare lo temono. Temono un ragazzino di 17 anni con un cuore immenso.
Quella notte Francesco non ha sonno. Ha voglia di uscire. Ma è minorenne e senza sua sorella Maria Carla, i suoi non gli danno il permesso. “Era già mezzanotte. (…)Ero più grande di due anni, sapeva bene che senza di me non era possibile. I nostri genitori non volevano. Si avvicinò e mi disse: ‘Marica Carla, eddai! Vieni con me. Andiamo a fare un giro’. Avrei dovuto pensare che fosse tardi, che era pericoloso, che non aveva senso.  Ma non lo feci e risposi va bene”. (tratto da Cuori Neri di Luca Telese)

I due fratelli escono.  È mezzanotte e un quarto. Il bar “Vescovio” è chiuso. L’edicola anche. È buio pesto e per strada non c’è nessuno. Francesco e Maria Carla camminano sul marciapiede di via Montebuono. Ad un tratto si avvicina una Fiat 850 bianca che procede lentamente e li segue. La stessa auto parcheggiata in piazza poche ore prima. Il finestrino si abbassa e qualcuno grida “è lui, è lui, prendetelo!”. Scendono due uomini, si mettono a correre per prendere Cecchin. Lui fa solo in tempo a dire alla sorella di scappare, di andarsene e di chiamare aiuto. Poi inizia a correre. E corre anche Maria Carla, ma non riesce a stargli dietro. Impaurita inizia a urlare più volte “Aiuto, aiuto, aiuto!”.
I tre scompaiono nel buio di Via Montebuono. Le  grida della ragazza vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo. Poi  salire su quella maledetta Fiat 850 bianca e scappare. Il corpo di Francesco viene ritrovato poco dopo all’altezza del civico 5 (sempre di Via Montebuono). In un terrazzino situato sotto il livello del marciapiede di quasi cinque metri. E’ esanime, disteso sull’asfalto. È in posizione perpendicolare al muro, appoggiato di schiena, con la testa sopra un lucernario. E orientata verso la parete. Impossibile credere che si sia buttato da solo. Francesco è ancora vivo, però. È privo di conoscenza, ma vivo. Perde sangue dalla tempia e dal naso. E poi, nella mano destra ha ancora un pacchetto di sigarette, in quella sinistra stringe un mazzo di chiavi. Incredibile. Cecchin ha fratture più o meno in tutto il corpo, ma la gambe e le braccia sono intatte. Morirà in ospedale dopo 19 giorni di agonia. Il 16 giugno 1979. Soltanto un giorno prima, i medici avevano comunicato alla famiglia un netto miglioramento delle sue condizioni. Poi la morte improvvisa. Se si fosse ripreso avrebbe riconosciuto i suoi assassini e parlato. “Spesso, durante il periodo in cui Francesco è stato in ospedale, sono venute a trovarlo delle persone che io definirei sospette (…), secondo me erano tutti comunisti che volevano vedere le condizioni di mio figlio. Loro lo sapevano bene: se lui fosse rimasto in vita avrebbe denunciato i suoi aggressori. Li aveva riconosciuti e questo loro lo sapevano. E non c’era nemmeno alcun servizio di polizia in ospedale. Poteva entrare chiunque. Stava migliorando. Cosa è successo dopo? Io ancora non so come sia morto mio figlio” (tratto da Cuori Neri).

Ma cosa è accaduto realmente in quei minuti dove i due aguzzini e il giovane si sono dileguati nella notte di quel 28 maggio? Testimoni raccontano di aver sentito prima delle grida, e poi un tonfo. La dinamica non è poi cosa assurda da ricostruire. Almeno per chi voglia farlo in buona fede. Francesco Cecchin è stato inseguito dai suoi aggressori, ha scavalcato il cancelletto di via Montebuono 5 (dove abita un suo amico), ma è stato raggiunto e picchiato in maniera feroce. Ha provato a difendersi con un mazzo di chiavi, ma, dopo aver perso i sensi , è stato buttato giù dal muretto. È stato ucciso. Assassinato. Ma l’omicidio si vuole nascondere. Secondo i tre periti nominati  dal Tribunale: Alvaro Marchiori, Gaetano Secca e Giancarlo Ronchi, non c’è nulla che possa dimostrare che Cecchin sia stato picchiato e poi gettato dal muretto. Ci risiamo. Ancora una volta si vuole far pensare che sia stato solo un brutto incidente. Qualcuno ha anche il coraggio di negare che ci sia stata una colluttazione tra il giovane e i suoi aggressori, come ha fatto il commissario, il Dott. Scali. Ma i camerati no. Loro vogliono andare a fondo ed iniziano a fare indagini parallele. Raccolgono il materiale necessario per far uscire la verità. Le indagini ufficiali, condotte male, portano in tutto e per tutto all’arresto di Stefano Marozza, indicato come l’autista della Fiat. Marozza, però, ha un alibi. Dice che quella sera è andato al cinema a vede “Il Vizzietto” al cinema Ariel. Peccato però che quel film, all’Ariel, non viene proiettato. Marozza entra in carcere a luglio. Viene rilasciato a gennaio grazie alla solerte opera di protezione messa in atto dal Pci che, nel frattempo, gli ha fabbricato un nuovo alibi. Ad hoc.  La sentenza di assoluzione ha dell’incredibile. È una condanna senza colpevole: “veramente grave e singolare appare che i periti non abbiano approfondito l'indagine, non si siano recati sul terrazzo dell'abitazione degli Ottaviani(…) Altrettanto singolare che non abbiano tenuto in alcun conto i referti dell'ospedale San Giovanni.  È convinzione della Corte che, nel caso di specie, non si sia trattato di omicidio preterintenzionale, ma di vero e proprio omicidio volontario”.

 La morte di Francesco Cecchin, una faccia da angelo ed un cuore, nero, da rivoluzionario è rimasta senza colpevoli.
Quel ragazzo di diciassette anni, militante, ammazzato da un branco di vigliacchi, vive in tutti i suoi camerati. Ancora oggi. Nel loro ricordo non lo hanno ucciso. Francesco è presente!
Paolo Signorelli

venerdì 14 giugno 2013

Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino

Pubblicato su Il Lavoro Fascista - settembre 2012

Anche se, nel nostro caso, sarebbe più corretto scrivere: “Tanto va il prefetto mafioso al sabotaggio, che si prende sul muso un ricorsino”!
E già, perché come accade molto raramente in questa indegna repubblica delle banane, finalmente uno dei tanti farabutti e Vice Prefetti che presiedono le Commissioni Elettorali, si è visto sbugiardare dal TAR, in questo caso quello dell’Abruzzo.
Ricorderete la questione di Montelapiano, microscopico paesino in provincia di Chieti; in occasione delle ultime amministrative, la Camerata De Ritis presentò la lista del MFL-PSN, ma i soliti mafiosi della locale Commissione Elettorale rifiutarono il nostro logo, sia nella versione con la parola “Fascismo”, sia in quella epurata con la sola sigla “MFL”. Inoltre, il farabutto che presiedette questo schifoso ed ennesimo abuso, pensò bene di negarsi a qualsiasi colloquio con la stessa De Ritis, che dopo avere fatto ore di anticamera tentava di salvare la lista, proponendo anche la terza versione del logo, con sigla “PSN”.
Fiero dei suoi scagnozzi, il Prefetto di Chieti, successivamente, fece respingere il ricorso del nostro avvocato, nel quale si chiedeva una nuova riunione della Commissione in regime di auto-tutela per riesaminare la questione. Di norma, essendo i magistrati italiani più corrotti ed in malafede degli stessi prefetti, questa lunga serie di abusi sarebbero stati premiati con la solita medaglietta antifascista e con la bocciature di ogni nostro ricorso, sia esso amministrativo e/o penale.
Ma in questo caso, con nostra somma sorpresa, ci siamo imbattuti in magistrati onesti e competenti, i quali hanno sentenziato che il nostro successivo ricorso post-elettorale era del tutto legittimo e che andava, quindi, accolto.
Così, come potrete leggere nelle pagine che seguono di questo numero del giornale, interamente dedicato alla Sentenza del TAR dell’Abruzzo, le elezioni di Montelapiano sono state annullate e si dovrà andare a nuove elezioni, permettendo al MFL-PSN di esercitare, una volta tanto, i propri diritti politici.
Ovviamente questa Sentenza imprevista ha già scatenato uno psicodramma antifascista, con Prefetto, Sindaco e chissà chi altri pronti a ricorrere al Consiglio di Stato; la strada sarà ancora lunga, ma godiamoci il trionfo del momento.
Fra l’altro, la suddetta Sentenza fa giustizia delle tante invenzioni che abbiamo, purtroppo, letto in altri pronunciamenti che ci davano torto (come una Sentenza del TAR del Piemonte di pochi anni fa, stravolta da dei mascalzoni comunisti in toga che la riempirono di considerazioni storiche e politiche prive di senso e ben al di fuori del diritto amministrativo vigente); viene, infatti, chiarito che le Commissioni Elettorali non possono e non devono travalicare le competenze assegnate loro dalla Legge, ovvero, quelle elencate con estrema precisione dagli artt.30 e 33 Dpr n.570/1960.
Come ottimamente dicono i magistrati abruzzesi,
“La lettura delle disposizioni vigenti in materia, non fanno cenno alcuno alla possibile valutazione circa il valore politico, democratico o meno, del simbolo presentato, da parte della Sottocommissione circoscrizionale, anche perché trattasi di una discrezionalità che va oltre i tipici aspetti amministrativi; il legislatore ha fatto una elencazione puntuale e tassativa che l’organismo amministrativo é tenuto a rispettare.
In tal senso sono gli artt. 49 e 51 cost. (C. Cost. n. 256/2010) e la stessa disposizione XII, che, peraltro, ha trovato attuazione con la L. n. 645/20.6.1952, la quale prevede, ai fini decisori, la competenza del Tribunale penale (artt.2, 4, 5, 5-bis, 6, 7) e la riserva ministeriale (art.3)”.
Quindi, detto in altre parole, quando i membri di una Commissione Elettorale si mettono a pontificare a vanvera di Storia, Costituzione e Diritto Penale, commettono dei veri e propri abusi, se non addirittura dei reati.
Noi lo abbiamo sempre saputo e detto; per fortuna, oggi se ne accorgono anche dei magistrati del TAR; peccato non se ne siano mai accorti i tanti magistrati penali ai quali ci siamo rivolti, invano, nel corso degli anni, per chiedere la giusta punizione nei confronti dei Presidenti delle varie Commissioni Elettorali che ci hanno sabotati.
C’è da aggiungere, inoltre, che è ancora più intollerabile lo sconfinamento in campo penale di questi scagnozzi, se consideriamo che nei nostri confronti si è già pronunciata, più e più volte, proprio quella Magistratura Penale che fin dal 1991 ha riconosciuto del tutto legittimo il nostro movimento, così come il suo nome ed il suo contrassegno elettorale.
Potremmo, al limite, capire se una Commissione Elettorale chiedesse lumi alla Magistratura Penale nel caso in cui si presentasse alle elezioni un movimento politico Fascista nuovo, a proposito del quale non risultasse alcun pronunciamento penale.
Ma non è il nostro caso, e come sempre ho scritto (e scriverò), chi sabota il MFL-PSN tentando di impedirci le elezioni, o di farci presentare con un logo alternativo, è solo un lurido mafioso antifascista!
Carlo Gariglio
www.fascismoeliberta.it






mercoledì 12 giugno 2013

Piccoli antifascisti trinariciuti crescono

Se c’è una cosa che non manca nella nostra triste Repubblica delle banane nata dalla “resistenza” sono proprio i sottoculturati antifascisti… Essi, più o meno come i batteri, si nascondono ovunque e provocano vari fastidi ad un organismo sano…
L’ultimo ridicolo caso di antifascista in cerca di benemerenze dalle alte sfere di questa Repubblica di merda è quello di un’oscura funzionaria del Comune di Sannicandro (BA), curiosamente anche avvocato (SIGH!), la quale, nonostante la regolare richiesta del nostro dirigente locale Giuseppe Lassandro, ha deciso di rifiutarci l’affissione dei nostri manifesti, sostenendo che per dare il nulla osta era necessario sentire il parere del Prefetto…
Ovviamente la gentile funzionaria ha ignorato del tutto le varie Sentenze che ci legalizzano da ormai 21 anni, ed ha finto di non capire che la Prefettura a cui chiedeva lumi sulla nostra legittimità è la stessa che poche settimane prima aveva approvato la lista elettorale MFL-PSN presentata a Santeramo in Colle, Comune che fa sempre parte della Provincia di Bari.
Dato che non riesco ad evitare di coprire di ridicolo questi arroganti ed ignoranti funzionari antifascisti, ho inviato alla gentile signora il comunicato che riproduco a seguire in forma integrale.
Speriamo serva a procurare un travaso di bile al sedicente avvocato del Comune!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it


Preg.ma Avv. Caterina Girone,
in riferimento alla lettera inviataci in copia (Prot. n° 9622), con la quale ci comunica il rifiuto illegittimo ed abusivo di provvedere alle affissioni dei manifesti del nostro movimento nel Comune di Sannicandro di Bari, il sottoscritto Segretario Nazionale MFL-PSN non poteva esimersi dal comunicare quanto segue.
Il fatto che il suo atteggiamento illegale sia dettato dal solito, trito e ritrito furore antifascista risulta evidente, poiché Lei ha bellamente ignorato 21 anni di legalità del movimento, varie Sentenze dei TAR e del Consiglio di Stato che ci legittimano, nonché un numero enorme di partecipazioni elettorali (le prime risalgono addirittura al 1993), ultima delle quali proprio nel Comune di Santeramo in Colle, che se non andiamo errati, fa sempre parte della Provincia di Bari e dipende dalla stessa Prefettura alla quale Lei si appella, con la stessa lettera inviataci in copia, per avere una qualsiasi scusa dietro la quale nascondersi per negarci gli spazi di propaganda… E dopo avere ignorato tutto questo imponente materiale, scavando nei meandri della rete, ha finalmente trovato una Sentenza del TAR del Piemonte che, secondo Lei, ci darebbe torto e che metterebbe in dubbio la nostra legalità!
Ora, al di là dei complimenti che posso farle per la sua opera certosina di ricerca (un po’ miope, ma certamente meritoria dal punto di vista di un fiero funzionario antifascista), mi duole (soprattutto per il fatto che Lei si firma “avvocato”) rammentarle che non spetta ai TAR decidere in merito alla legalità dei movimenti politici (così come non spetta al Ministero dell’Interno, alla Prefettura e neppure a qualche “eroica” funzionaria antifascista di un oscuro Comune del barese), ma spetta solo ed esclusivamente alla Magistratura penale, la quale, da ormai 21 anni, si pronuncia regolarmente a nostro favore per evidenti motivi che Lei, in quanto avvocato, dovrebbe capire meglio del sottoscritto.


Indi, il fatto che tre mafiosi comunisti travestiti da magistrati abbiano infarcito una Sentenza amministrativa con deliranti e farneticanti considerazioni antifasciste, evidenziando in livello culturale degno di un bambino di terza elementare, nulla aggiunge e nulla toglie alla legittimità del nostro movimento.
Se proprio ci teneva a fare un lavoro di ricerca serio, invece di scavare nel fango di un pool di magistrati che amano “farla fuori dal vasino”, come si suole dire, poteva trovare le Sentenze dei TAR del Lazio e della Sicilia (1993/1994), nonché quella molto più fresca, risalente a pochi giorni fa (http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Pescara/Sezione%201/2012/201200225/Provvedimenti/201200363_01.XML), con la quale il TAR dell’Abruzzo annulla le elezioni di Montelapiano (CH), alle quali uno dei tanti viceprefetti mafiosi ci aveva impedito arbitrariamente ed illecitamente di partecipare, così come poteva trovare i riferimenti a tutte le nostre partecipazioni elettorali (http://www.fascismoeliberta.info/phpf/viewpage.php?page_id=15), alcune delle quali ci hanno permesso di eleggere Consiglieri Comunali in varie zone d’Italia… Strano, vero, che un movimento illegale possa esistere per più di 20 anni, partecipare alle elezioni, eleggere consiglieri, vincere ricorsi ai TAR… Sarà certamente sfuggito qualcosa ai magistrati penali, così come pensano i giudici mafiosi e comunisti del TAR del Piemonte!
Magari, cercando bene, potrebbe trovare anche notizia della condanna subita anni fa dal Comune di San Donato Milanese, ove “prodi ed eroici” antifascisti locali avevano creduto, come Lei, di poterci rifiutare gli spazi di propaganda:
Notiamo anche che la sua lettera è inviata, oltre che alla Prefettura di Bari (che ha accettato il nostro simbolo per le elezioni di Santeramo) ed a noi, anche al Ministero dell’Interno (!), dal quale attende un parere…
Ebbene, non si affanni tanto, glielo fornisco io in copia il parere, ovvero la risposta ad una delle tante miserabili interpellanze fatte contro di noi da parlamentari “sinceramente democratici ed antifascisti”:

Atto Senato
Risposta scritta pubblicata nel fascicolo n. 143
all’Interrogazione 4-06821 presentata da MUZIO
Risposta. – Occorre precisare innanzitutto che in base alle disposizioni contenute negli articoli 30, 31, 33 e 34 del decreto del Presidente della Repubblica del 16 maggio 1960, n. 570 (Testo Unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle amministrazioni comunali), le operazioni relative all’esame e all’ammissione delle candidature per l’elezione diretta dei sindaci e per l’elezione dei consigli comunali sono devolute all’esclusiva competenza delle Commissioni elettorali circondariali – organi collegiali in posizione di terzietà – nei cui confronti l’Amministrazione dell’interno non dispone di alcun potere di sovraordinazione ed i cui atti, peraltro, sono impugnabili, in sede giurisdizionale, davanti ai competenti Tribunali amministrativi regionali.Venendo ora al caso specifico del Comune di San Giorgio di Susa (Torino), si precisa che tutte le liste presentate sono state ammesse, a conclusione del relativo iter procedimentale, da parte delle Commissioni elettorali circondariali.
Tali Commissioni hanno valutato anche la documentazione prodotta dal movimento «Fascismo e libertà», costituita sia da provvedimenti adottati in sede di giurisdizione penale, di esclusione di eventuali reati imputabili ai rappresentanti di tale movimento, che da decisioni di organi giurisdizionali amministrativi, di accoglimento di ricorsi proposti avverso la ricusazione dello stesso simbolo, adottato dalla lista in occasione di precedenti consultazioni elettorali.
Per completezza di informazione si precisa, peraltro, che le liste del predetto movimento alle recenti consultazioni elettorali non hanno ottenuto alcun seggio per l’esiguo numero di voti riportato.
Per quanto riguarda l’adozione di eventuali misure nei confronti dei movimenti politici di estrema destra, e, in particolare, del movimento «Fascismo e libertà», si ricorda che l’ordinamento vigente consente l’assunzione di un provvedimento di scioglimento di organizzazioni fasciste, «sotto qualsiasi forma» (XII disposizione transitoria e finale della Costituzione) solo a seguito di una sentenza penale irrevocabile che abbia accertato la avvenuta «riorganizzazione del disciolto partito fascista» (art. 3 della legge 20 giugno 1952, n. 645, così come modificata dall’art. 7, legge 22 maggio 1975, n. 152) ovvero un’attività, da parte dell’organizzazione destinataria del provvedimento di scioglimento, volta a favorire reati in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa (art. 7, decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito dalla legge 25 giugno 1993, n. 205).
Il movimento «Fascismo e libertà» è stato oggetto di numerosi procedimenti penali nei confronti dei suoi fondatori, per presunta violazione degli artt. 1, 2 e 4 della citata legge n. 645/1952 e successive modificazioni, tutti conclusisi con decreti di archiviazione.
Il Sottosegretario di Stato per l’interno. D’Alì

Ho evidenziato in grassetto la parte che più dovrebbe riguardarla (e che non può certo essere a Lei, caro avvocato, sconosciuta).
Come noterà, non tocca al Ministero dell’Interno pronunciarsi sulla legittimità penale dei movimento, ma alla magistratura… Se non lo dico solo io, ma lo dice anche il Sottosegretario D’Alì si fiderà di più?
Ora, in conclusione, ribadisco quanto segue:
Stante la nostra piena legittimità verificabile da chiunque voglia scaricarsi e/o leggersi le varie Sentenze e Decreti di Archiviazione (http://www.fascismoeliberta.info/phpf/viewpage.php?page_id=6), stanti le nostre regolari partecipazioni elettorali, stante la documentazione aggiuntiva fornita con la presente, Vi comunico che, qualora LUNEDI’ 20 AGOSTO 2012 i nostri manifesti non venissero affissi, procederemo senza ulteriori comunicazioni né attese a denunciare il Comune di Sannicandro di Bari, il Sig. Sindaco e l’avv. Caterina Girone per gli abusi commessi, costituendoci parte civile per il risarcimento dei danni d’immagine patiti.
Tanto Le dovevo. 

Dott. Carlo Gariglio

Segr. Naz. MFL-PSN

sabato 1 giugno 2013

Franca Rame e la Morte

Riproponiamo ai nostri lettori il bellissimo articolo di Paolo Fraschetti, dal sito internet Overblog.it, in merito alla morte della "signora" Franca Rame. Articolo lucido, interessante, diretto e chiarissimo nel sbugiardare le menzogne di una certa stampa asservita al potere e alla violenza che dimostra tutta la sua bassezza morale cercando di santificare chi santa non é. Buona lettura!

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Franca Rame non aveva ancora esalato l'ultimo respiro che subito e' scattata nel paese la corsa da parte di una certa cultura di sinistra e del Movimento 5 stelle ( che farebbe meglio ad occuparsi del perche' perde voti ) per trasformarla in un santino prima ancora che in una santa. Se ne sono sentite di tutti i colori: “un paradigma di passioni civili”, “la dedizione generosa per gli altri ne ha fatto una donna speciale”, memorabili le sue “battaglie per i diritti civili e sociali al fianco di studenti e lavoratori” tra poco sarà pubblicato “il suo testamento civile”, “una grande donna”, che ha dato voce alla “vera sinistra”. A ruota libera, senza nessun freno dettato da una analisi piu' ponderata del personaggio o quantomeno da un minimo senso del ridicolo. Un'orgia di piaggeria come solo in Italia capita di vedere. Bene, una volta reso cristiano omaggio alla salma, vediamo un po' di capire meglio chi era la signora Rame in Fo' e quali sono state queste famose battaglie per i diritti civili e sociali. Quando si parla di impegno civile il pensiero delle persone per bene corre subito ai volontari che vanno in Africa, che lavorano nelle carceri per il recupero dei detenuti, ai maestri nelle scuole di periferia, nelle borgate con tassi elevati di criminalità. Ai medici ospedalieri che sacrificano anche la famiglia e il proprio tempo, tutto, per curare e salvare la vita, all' impegno dei magistrati senza nome in prima linea, dei poliziotti e carabinieri che credono nel loro lavoro nonostante tutto e rischiano la vita ogni giorno. Questo per un italiano per bene, che lavora duramente per mantenere decorosamente la famiglia, e' l'impegno civile. Ma per altri no. Per altri l'impegno civile si identifica con la militanza faziosa ed ottusa da una ben determinata parte politica. Una militanza talmente faziosa e talmente ottusa da arrivare a creare, con il fattivo e determinante contributo della famiglia Fo' e della signora Rame, una organizzazione criminale chiamata Soccorso Rosso militante, che, a dispetto del nome, di caritatevole non aveva proprio nulla. Ma si occupava ben di altro. In quegli anni terribili che presero poi il nome di "anni di piombo" Soccorso Rosso era la mosca cocchiera che preparava il crimine, vedi i selvaggi attacchi personali contro il Commissario Calabresi, e la pattuglia di retroguardia che proteggeva l'esfiltrazione di coloro che lo avevano compiuto. Ovvero, in povere parole, era una organizzazione che spalleggiava ed aiutava volgari assassini. Un vizio che peraltro non hanno ancora perduto. Ricordiamo infatti le parole spese da certi personaggi, tipo Carla Bruni, a favore di un assassino pluricondannato come Cesare Battisti, tanto per ricordare un altro farabutto. La Signora Rame si impegnava civilmente cosi', nel proteggere e nel sostenere in tutti i modi la peggiore feccia della sinistra. Per capirci bene, non quella che uccideva durante gli scontri di piazza. Un evento doloroso ma almeno comprensibile. No, Franca Rame non amava il militante dall'occhio febbricitante di passione, pronto a dare la propria vita o a prenderne qualcuna durante un tumulto. No. la Signora Rame amava le operazioni chirurgiche, fatte di notte, in venti contro uno, armati di chiavi inglesi, le famigerate Hazet 36, un oggetto lungo quarantacinque centimetri, del peso di tre chili e mezzo con il quale questi eroi, questi alfieri dei popoli oppressi, spaccavano ossa, aprivano crani e spargevano su qualche marciapiede insanguinato la materia cerebrale di qualche ragazzino di destra. Come il povero Sergio Ramelli, morto a 19 anni dopo un pestaggio bestiale ed un'agonia atroce, durata un mese. Anche per Ramelli ci fu un pensierino carino da parte della famiglia Fo'. Questa volta da parte di Dario, il Premio Nobel, l'ex paracadutista della RSI, il rastrellatore di partigiani riciclatosi guitto e cantore della sinistra. "...Va beh...in fondo e' morto solo un fascista....". Queste le parole di questo individuo ignobile. Cosa era Ramelli dunque per questa gente, per i Fo' ? Cosa era un ragazzo di 19 anni sbriciolato a colpi di chiave inglese e lasciato ad agonizzare sull'asfalto di una Milano capitale della vergogna ? Nulla, per il nostro Premio Nobel, Ramelli era un fascista ed in quanto tale poteva essere ucciso a piacimento, come un animale nocivo, poiche', come si gridava a squarciagola nelle piazze in quel periodo: "Uccidere un fascista non e' reato". E Soccorso Rosso e la famiglia Fo' e la Rame erano fanatici sostenitori di questo imperativo...Uccidere i fascisti. Ed allora nel '72 viene massacrato a pugnalate Carlo Falvella, uno studente universitario di 22 anni, ed immediatamente Soccorso Rosso parte con la sua propaganda mefitica, velenosa incivile, infangando anche il ricordo di un bravo ragazzo pur di proteggere un altro assassino schifoso ma il culmine lo si raggiunge con l'"affaire" Mattei. 
 
Papa' Mattei e' un operaio. Un operaio missino, strano eh ? Eppure ce ne erano tanti. Viveva con la sua famiglia a Primavalle, un quartiere popolare di Roma ed era il Segretario della locale Sezione del MSI. Un uomo perbene, un padre amoroso, un lavoratore. Una famiglia perbene i Mattei, stimata e benvoluta nel quartiere, modesta ed onesta, dei bei figli. Il piu' piccolo, Stefano, ha nove anni. A qualcuno Mattei da fastidio, quella Sezione missina, nel cuore di un quartiere popolare da fastidio. Non e' tollerabile. Se ne parla dentro Potere Operaio ed un gruppo di giovani debosciati, tutti figli di famiglie ricche tra le quali spiccavano i Perrone, proprietari del Messaggero, decide di passare all'azione. A modo loro. Nemmeno le Hazet 36 questa volta. troppo pericoloso in quel quartiere, magari dalle case popolari sarebbero uscite persone in aiuto delle vittime e dunque decisero di ricorrere alla peggiore delle infamie. Bruciarli vivi. Una parte della famiglia riusci' a sfuggire al rogo, per i due fratelli Virgilio e Stefano, il bambino di nove anni, non vi fu nulla da fare. Morirono nella maniera piu' atroce. Bruciati vivi. Dopo poche ore gia' si sapeva tutto. Nomi e cognomi degli autori dell'epica impresa. Li sapevano a sinistra, li sapeva la Polizia e li sapevano i responsabili delle organizzazioni giovanili del MSI che con uno sforzo di disciplina immane rimasero comunque immobili, con l'arma al piede ma ci volle tutto il carisma di Giorgio Almirante per evitare una notte di San Bartolomeo perche' quei giovani, estenuati da uno stillicidio di morte che pareva non avere fine, intendevano farsi giustizia nella maniera piu' sommaria. Non appena il quadro fu chiaro, non appena vi fu la certezza che erano stati quelli di POTOP a commettere il misfatto, Soccorso Rosso e la Rame e la famiglia Fo iniziarono la loro opera infame, di disinformazione e di spargimento dei peggiori veleni. Mentre Jacopo, il figlioletto, una iena immonda con le peggiori caratteristiche del padre e della madre, pubblicava delle vignette nelle quali addossava la responsabilita' del rogo addirittura ad Almirante in combutta col Ministero degli Interni (“Ho provato dolore e umiliazione – starnazzo' Franca Rame - nel vedere gente che mente, senza rispetto dei propri morti”), mamma Franca scriveva un messaggio toccante a quel porco assassino di Achille Lollo, l'ideatore della strage. "Ti ho inserito nel Soccorso Rosso militante, riceverai denaro e lettere. Cosi' ti sentirai meno solo...". Testuale, ti sentirai meno solo....Il porco assassino. Quanto accadde dopo e' storia nota. I sei rampolli autori del crimine ebbero un trattamento giudiziario inqualificabile per il tipo di reato commesso e per una nazione civile. In uno dei processi vi furono scontri con i giovani del MSI che culminarono con la morte di un altro studente del FUAN, Mikis Mantakas, ed alla fine tutti si diedero ad una dorata latitanza e nessuno sconto' un giorno di prigione per quel delitto. Durante il periodo dei processi la Rame, per nulla pentita di quanto era avvenuto, nemmeno quando le evidenze erano palesi, trovo' anche il modo di scrivere un accorato appello al Presidente della Repubblica , Giovanni Leone, augurandosi che cadesse “la vergognosa montatura, ma intanto questo governo lo tiene dentro (Lollo), perché questo serve al sistema”. In questa infaticabile opera di inquinamento delle coscienze la famiglia F' non fu mai sola, parecchi di quelli che oggi rivestono ruoli di potere nell’industria culturale italiana provengono da quell’humus, ne fecero parte, e non sono pentiti. Gad Lerner, Giampiero Mughini, Erri De Luca, Paolo Liguori,  Paolo Mieli, tanto per nominarne qualcuno, hanno costruito un regime che per decenni ha messo al bando intellettuali di segno diverso. Quella cultura militante non è stata mai contro il potere. È stata ed è ancora l’incarnazione del Potere (anche economico) e la famiglia Fo' e' stata ed e' parte integrante di quel mondo.  Non si puo' quindi dimenticare o minimizzare  i danni e l’odio provocati da una certa cultura militante che non ha mai ritrattato. La Signora Rame, per esmpio,  non ha mai sentito il dovere in questi anni di ammettere di avere sbagliato con un certo tipo di solidarieta' e non ha mai chiesto perdono alle vittime. Se lo avesse fatto sarebbe stata diversamente giudicata in questo momento,  cosi' invece risulta solo oltraggiosa, anche da morta ed anche in questo tentativo di beatificazione, verso la sofferenza di tante famiglie e verso la vita negata a quanti sono caduti negli anni col sottofondo teatrale di quell’intolleranza incivile, a tratti sanguinaria.
 
Ammesso che fosse un'artista, l'arte non e' tutto, non giustifica tutto e non assolve da tutto, specialmente da un giudizio etico morale. Questo e' quanto, ed e' veramente tutto.

giovedì 30 maggio 2013

La tutela del lavoratore secondo il vangelo CGIL

Recentemente siamo stati contattati dal Sig. Teresio Grigoletto della provincia di Vicenza; costui, qualificandosi genericamente  come un “camerata”, ci ha raccontato la sua triste vicenda lavorativa e sindacale, chiedendoci di divulgare il più possibile i fatti, al fine di fare conoscere alla gente l’infamia del sindacato rosso per eccellenza, che tutela il lavoratore solo quando questi è comunista, mentre gli altri, specie se etichettabili come “Fascisti”, possono pure crepare di fame. Chiacchierando al telefono con il sig. Grigoletto, abbiamo appreso che il suo definirsi “camerata” deriva da una generica simpatia per la Fiamma Tricolore, nonché dalla sua regolare presenza agli insulsi raduni di Predappio. Ora, come sa bene chi mi e ci segue, non sono il tipo che gratifica dell’appellativo di Camerata chiunque, magari in base ad una superficiale comunanza di vedute politiche; per quanto mi riguarda, il mio Camerata è quello che condivide con me lo sforzo politico in favore del Fascismo, ovvero, chi è al mio fianco nel mio impegno ormai più che ventennale nel MFL-PSN. Anzi, a dirla tutta, gli ultimi che considero Camerati sono proprio quelli che, oltre a non impegnarsi all’interno del MFL-PSN, sprecano energie e risorse a favore dei tanti movimenti pseudo – fascisti, i quali esistono solo ed esclusivamente per depistare molti simpatizzanti della nostra area politica, che illudendosi di lavorare per il Fascismo, lavorano invece per gli interessi privati dei vari Romagnoli, Fiore, Tilgher, Storace e compagnia brutta… Per non parlare di quelli che credono di esaurire i loro doveri nei confronti del Fascismo recandosi un paio di volte l’anno a fare bisboccia a Predappio!

Ma detto questo, giusto per sottolineare quale danno facciano alle nostre idee quelli che, invece di raccogliersi sotto l’insegna del Fascio nell’unico movimento esistente in Italia chiaramente e dichiaratamente Fascista, preferiscono baloccarsi con gite fuori porta e sostegno a veri e propri badogliani, pubblico comunque la storia del sig. Grigoletto, in quanto illuminante del modo di agire degli squallidi epigoni di Stalin ancora presenti nel nostro Paese.

Oltre tutto, la storia del sig. Grigoletto mi ha riportato alla mente una vicenda analoga, accaduta proprio al sottoscritto nel 2001; allora, avendo dei problemi di lavoro, anch’io mi recai presso la CGIL di Torino, accompagnato da un caro amico, comunista ma onesto e idealista, purtroppo scomparso di recente, il quale riteneva che il lavoratore in difficoltà dovesse essere sempre tutelato, indipendentemente dalle sue idee politiche… Posizione di buon senso, dato che chi si alza alle 3,30 del mattino e svolge un lavoro disagiato e mal pagato, meriterebbe tutela sempre e comunque… Ma non era così (e non lo è tuttora) per i “cari compagni” della CGIL; nel mio caso, dopo mille promesse, sparirono nel nulla dopo avere scoperto chi ero, mentre il caso del sig. Grigoletto potrete conoscerlo proseguendo nella lettura.
Quanto segue è tratto ed arrangiato dalla denuncia penale presentata dal sig. Grigoletto contro la CGIL; i dati coperti da privacy sono stati, per ovvi motivi, oscurati.
Carlo Gariglio
www.fascismoeliberta.it


Nel gennaio del 2011 venni assunto dalla ditta *** corrente in Lissone (Monza) con mansioni di vigilante, custode, servizio allarmi e portineria. Purtroppo, fin dall’inizio questo rapporto di lavoro nacque sotto cattivi auspici: mi era stato promesso un posto a tempo indeterminato e invece venni assunto a tempo determinato, con part-time. Dovetti accettare queste condizioni, impostemi in un secondo tempo rispetto agli accordi iniziali intercorsi con questa ditta, perché altrimenti non mi avrebbero più assunto per niente. Le condizioni di lavoro non erano ottimali e in particolare ricordo la circostanza in cui venni costretto a prestare attività lavorativa notturna, in vigilanza di una grossa ditta per ben sedici ore consecutive, senza che nessuno mi venisse a dare il cambio, in condizioni lavorative disumane e pericolose e neppure concordate in anticipo.

In quelle circostanze entrai in contatto con il mondo sindacale, e in particolare con la CGIL attraverso la sua responsabile territoriale sig.ra *** Susanna, della quale allego i dati. Dichiaro di aver conosciuto la sig.ra sindacalista *** Susanna nel 2011 mentre prestavo servizio di portineria, centralinista e custode sempre per la vigilanza di Milano ***, Dirigente Assunzioni ***, Istituto Appaltatrice presso la *** di Almisano di Lonigo (VI)..

Le parlai dei problemi di lavoro che c’erano e così mi tesserai al sindacato CGIL. La signora *** Susanna era arrivata lì per una assemblea sindacale all’interno della *** e fui io stesso a fare il badget per farla entrare; quella donna mi ispirava fiducia e così nell’agosto 2011 decisi di recarmi in via Vaccari n° 128 a Vicenza, per iscrivermi alla CGIL, come mi era stato consigliato di fare dalla sig.ra *** Susanna, che aveva preso a cuore la mia tormentata vicenda.

Al momento del mio tesseramento portai tutta la documentazione richiesta e fotocopie dei due cedolini stipendio con i due contratti.

La sig.ra *** Susanna e la CGIL, esaminata la mia situazione, stilarono un elenco delle violazioni della ditta presso cui lavoravo, violazioni in rapporto al mio contratto di lavoro. Questo incontro avvenne il 27 settembre 2011 presso la CGIL di Vicenza. Poco prima avevo conferito mandato alla CGIL perché agisse giudizialmente e sindacalmente contro il mio datore di lavoro. Era il 16 settembre 2011, come da atto di conferimento incarico, che allego in copia.

Sempre *** Susanna mi disse che avrebbe pensato lei alle varie opportune verifiche; intanto i giorni passarono lasciando irrisolte le mie problematiche. Arrivò il 9 gennaio 2012 anche la fine del rapporto lavorativo, senza preavviso alcuno.

Rinnovai la mia iscrizione alla CGIL, ancora valida, perché mai mi è stato notificato un decreto-delibera di revoca. L’11 gennaio 2012 (due giorni dopo) andai ad iscrivermi al centro per l’impiego di Valdagno (VI) per dichiarare la mia disoccupazione. Siccome non sono stato io a licenziarmi, ma è stato lo stesso datore di lavoro a farlo, ho diritto a 8 mesi di disoccupazione ordinaria speciale, tra cui sei mesi pagati al 60% e gli ultimi due al 40%. Ho diritto solo ad otto mesi perché ho un’età inferiore ai cinquanta anni. Così mi recai al CAF CGIL di Vicenza, facendo domanda all’INPS sezione di Schio (VI) online.

In questi mesi ho presentato curriculum di lavoro ovunque, ma senza nessun esito.

Nel frattempo, io avevo dato ancora un altro mandato alla CGIL perché agisse contro il mio ex datore di lavoro, precisamente nella sua sede di Vicenza, in data 13 marzo 2012.

Anche il sindacato CISL, cui avevo richiesto un parere sui miei problemi, mi disse che, come iscritto alla CGIL era opportuno che mi recassi al mio sindacato, cosa che feci, chiaramente.

La signora *** Susanna è dal gennaio 2012 che si prendeva gioco di me con le sue parole. Ho speso troppi soldi di telefonate per parlare con lei, che regolarmente mi rispondeva: “TESORO CARO APPENA RIENTRO A VICENZA TI FACCIO SAPERE, ADESSO MI TROVO ALLA MANIFESTAZIONE DI MESTRE. TESORO DAMMI IL TEMPO DI RIENTRARE”. Susanna ma quando ti posso chiamare? “BEH SE OGGI E’ LUNEDì CHIAMAMI VENERDI’”. Al venerdì ritelefono e Susanna rispose con le stesse parole: “TESORO CARO APPENA RIENTRO A VICENZA TI FACCIO SAPERE, ADESSO MI TROVO ALLA MANIFESTAZIONE DI MESTRE”. (Possibile che *** Susanna si trovasse sempre alla manifestazione di Mestre?).  Un’altra volta mi disse: “TERESIO, VIENI GIU’ A VICENZA CHE TI DEVO SPIEGARE ALCUNE COSE”; allora mi presentai in sede a Vicenza, ma queste cose (questione di tre minuti), me le poteva spiegare per telefono. Mi sono così incontrato con lei solo per spendere soldi di telefono, di benzina, di auto e per essere preso per i fondelli.

Altra telefonata: “TERESIO, TESORO, DEVO PARLARE CON QUELLO DELLE VERTENZE LAVORATIVE MA ADESSO E’ IN MALATTIA”. Successiva telefonata: “HO PARLATO CON L’UFFICIO VERTENZE MA ORA SONO GIORNI CHE NON L’HO PIU’ VISTO, IL TUO DATORE DI LAVORO. Ritelefono ancora: “SI, TERESIO PURTROPPO L’HO RIVISTO MA ADESSO E’ IN FERIE,; TU COMUNQUE STAI TRANQUILLO CHE NOI I TUOI SOLDI TE LI DIAMO, I TUOI DIRITTI TE LI FACCIAMO AVERE. SI’ DEVI AVERE PARECCHI SOLDI, MA NOI TI FACCIAMO AVERE SINO ALL’ULTIMO CENTESIMO”.

Il 1° agosto 2012 preoccupato le ritelefonai dicendo: “Susanna non farmi brutti scherzi, sappi che io ho già avuto brutte esperienze in passato, spero che quello che mi dici sia vero. E lei: “SI TESORO, IO NON TI VENGO A RACCONTARE UNA COSA PER UN’ALTRA”. Susanna guarda che mi hanno già fregato in molti ma adesso non mi faccio fregare da nessuno ci siamo capiti? “SI, SI TESORO; TERESIO VIENI QUI, TI DO APPUNTAMENTO TRA 12 GG, IL 13 AGOSTO ALLE ORE 15,30.

E veniamo quindi al fatidico incontro del 13 agosto scorso. Io avevo supplicato ancora una volta la sig.ra *** Susanna, che ritenevo anche un’amica, ricordandole che il mese successivo in data 16 settembre 2012 mi sarebbe scaduto anche il sussidio di disoccupazione, che ero senza lavoro, senza soldi e che non era per niente facile trovare un altro lavoro. Anche perché non sono neppure un ragazzino.

Debbo precisare che nel frattempo, nello stesso mese, per un errore l’INPS mi bloccò la disoccupazione; non mi era stata rinnovata l’ultimo mese perché mancava un modello chiamato 56BIS, così mi trovai a dovere far richiesta ancora per un mese mancante alla disoccupazione. Nel frattempo, però, la CGIL, nonostante avessi conferito ben due mandati e mi fosse stato garantito che avrebbero ricorso davanti al Giudice del Lavoro per tutelare i miei diritti vilipesi, non aveva ancora fatto niente, al di là di un incontro penoso, presso la sede sindacale di Vicenza, fra me, il sindacato (la signora *** Susanna) e il mio datore di lavoro.

Avevo quindi il sospetto che il mio Sindacato, al quale mi ero rivolto perché sapevo avere a cuore i diritti dei lavoratori e della povera gente, e al quale ero tesserato ormai da due anni, si stesse bellamente disinteressando della mia vicenda.

Andai quindi all’incontro stabilito con l’ufficio legale della CGIL. All’incontro, oltre a me e alla signora *** Susanna, c’era quello che mi fu presentato come l’avvocato della CGIL, un certo *** Andrea, dell’ufficio legale. Gli dissi: “Non mi starete mica giocando un brutto tiro anche voi?” Mi rispose: “NO! NOI LA DIFENDIAMO, E QUESTA CAUSA LA PORTIAMO IN TRIBUNALE, FINO ALLA FINE!”

Ne fui rassicurato. A questo punto squillò la suoneria del mio cellulare, la suoneria GIOVINEZZA, una canzone molto allegra e vivace, degli anni 20, che uso come suoneria. Dissi alla persona che mi cercava telefonicamente che ero impegnato in una riunione sindacale, e chiesi che mi richiamasse più tardi.

Sentita la canzonetta del Ventennio *** Andrea, guardandomi sconvolto mi ha chiesto: MA SEI FASCISTA?

Mi sentii davanti al Tribunale della Santa Inquisizione, molto a disagio. Sembrava che avessi commesso un crimine. Mi guardavano tutti biecamente al che io, offeso da questo atteggiamento fuori dal tempo e dal contesto, dopo che erano mesi e mesi che mi facevano stare in pena per mandare avanti la mia vertenza sindacale (e nel frattempo avevo anche perso il lavoro), risposi appellandomi alla mia dignità personale: Si, risposi, sono Fascista! Poi la stessa domanda me la rifece: MA SEI FASCISTA? Si, si, si, le ho detto di si!  Sono Fascista, viaggio a testa alta e mi piacciono le cose giuste e corrette e ora vorrei sapere da voi l’ammontare dei soldi che mi spettano, anche perché io sono venuto qui su appuntamento di *** Susanna, che è qui presente in sala con noi.

Io sono stato sincero, non ho  mai mentito, ho risposto alla sua domanda ed ho risposto nei giusti termini. Non mi vergogno delle mie idee politiche personali, perché non ho mai fatto niente di male a nessuno e ho sempre rispettato tutti e i diritti di tutti. Non mi sono inventato di andare lì casualmente; per correttezza aggiungo che l’ultima telefonata, ancora registrata con data e ora riguardante l’invito della sindacalista *** Susanna risale al 1° agosto 2012 alle ore 9,51. Successivamente, il 13 agosto 2012 alle ore 13,30 sono stato io a telefonare a *** Susanna per comunicarle che avrei tardato un po’ all’appuntamento fissato per le ore 15,00. Non ero andato per provocare nessuno, ma con tanta ansia perché speravo sinceramente che il mio sindacato si fosse deciso a tutelare i miei diritti, uscendo dall’inattività che mi aveva fatto tanto del male. Le mie speranze di disoccupato erano riposte nel sindacato.

A questo punto, dopo la mia risposta, il *** Andrea ha cominciato a gridare e a inveire nei miei confronti dicendomi: “LEI SE NE DEVE ANDARE DA QUI! SPARISCA!”

Ebbi paura e rimasi sconvolto da questa situazione e me ne andai sommessamente, senza che nessuno mi salutasse o mi desse una spiegazione.

Non ho mai più ricevuto alcuna comunicazione da parte della CGIL e ho appreso dai giornali una versione non veritiera dei fatti, secondo la quale sembra che io, di punto in bianco, mi sia recato alla CGIL per chiedere assistenza legale, ostentando una Fede Fascista quasi provocatoriamente.

Non è vero. I fatti sono ben diversi, come li ho esposti. Intanto io sono già da due anni iscritto alla CGIL, che non ha mai trovato niente da ridire sulla mia persona, e già da oltre un anno ho incaricato la stessa CGIL di seguire la mia vertenza di lavoro, con ben due incarichi scritti – accettati – e un pregresso impegno del sindacato a mio favore, sia pure mai sfociato in tutela giudiziaria, come richiesto, come promesso e come da allegate lettere di incarico al Sindacato, compilate su moduli che lo stesso sindacato mi ha fornito a tal fine.

La CGIL, come ho appreso dai giornali perché nessuna contestazione mi è stata fornita direttamente, si sarebbe appellata nel cacciarmi dai suoi uffici ad un fantomatico articolo 3 del suo Statuto che stabilisce la “incompatibilità” di detto sindacato con “organizzazioni a carattere Fascista”, ma questa norma varrà per le associazioni, non certo per le convinzioni personali soggettive del singolo non appartenente ad alcuno schieramento politico e ad esso non tesserato, per cui non ritengo che tale articolo possa essere applicato nel mio caso, dato non sono iscritto ad organizzazioni politiche di sorta.

Inoltre, tale articolo varrà forse per rifiutare le domande di iscrizione al Sindacato, ma non nel mio caso, visto che alla CGIL sono iscritto da due anni!

Nel mio caso è invece evidente il comportamento discriminatorio ed anticostituzionale tenuto dal sindacato in violazione, invece, dell’Art. 3 della Costituzione.

Né, ritengo, possa essere invocato il loro Statuto per via del fatto che utilizzo una suoneria telefonica con “Giovinezza” o che mi sia espresso in termini secchi al sindacalista *** Andrea, urtato sia dal suo atteggiamento inquisitorio, maleducato e ostile, sia dal fatto che mi stavano trascinando da mesi l’avvio della causa sindacale.

Hanno reagito con un atteggiamento incivile ed urtante nei miei confronti e prima di sbattermi fuori dovrebbero almeno spiegarmi cosa intendono loro per “fascista”. Non è che il loro modo di fare sia stato molto democratico, civile e rispettoso di un lavoratore bisognoso, direi.

Ritengo non solo illegittimo il loro comportamento nei miei confronti, ma ritengo, inoltre, che essi abbiano violato la legge, sbattendomi fuori dai loro uffici in quel modo.

Infatti,  la CGIL non mi ha mai notificato alcuna decisione di revoca della tessera che ho tuttora valida, né alcuna procedura di contestazione contro la mia persona. Né è stata adottata alcuna procedura disciplinare nei miei confronti.  Io sono iscritto da due anni alla CGIL e sono ancora iscritto a tutti gli effetti e per espellermi avrebbero dovuto applicare la procedura disciplinare per violazioni allo Statuto sindacale, che non è mai stata avviata. Essi hanno compiuto un grave atto di abuso, perché tale procedura prevede tutta una serie di garanzie e l’emissione finale di un provvedimento, eventualmente di espulsione, che non è mai stato emesso nei miei confronti e che può essere impugnato avanti alla Magistratura della Repubblica!

Io sono a tutti gli effetti ancora un iscritto alla CGIL e questo implica una seconda serie di violazioni nei miei confronti.

Si tratta di violazioni molto gravi alla legge, in quanto non hanno rispettato il dovere di dar corso al duplice mandato difensivo (anche per fare causa al mio ex datore di lavoro); non mi hanno mai notificato alcuna dichiarazione di revoca/rinuncia alla assistenza legale e sindacale e questo è un fatto illegale.

La CGIL ha violato tutte le norme civili e penali a tutela del lavoratore e di chi abbia conferito ad un ente o a un privato un mandato di assistenza legale e sindacale.

Per questa omessa assistenza, immotivata e mai giustificata a tutti gli effetti di legge, la CGIL di Vicenza è responsabile nei miei confronti, sia per i danni derivanti a me per mancata assistenza – nonostante il duplice mandato conferito – sia per la possibile perenzione nel frattempo dei termini di azione legale nei confronti del mio ex datore di lavoro.

Per tutte queste ragioni il sottoscritto SPORGE ESPOSTO PENALE Nei confronti della CGIL di Vicenza e in particolare nei confronti dei sindacalisti *** Susanna e *** Andrea per tutti i fatti di rilevanza penale che dovessero emergere dalla suesposta narrativa. Qualora le indagini dovessero individuare reati perseguibili a querela, il presente esposto vale come querela nominativa nei confronti di tutti i responsabili identificati. Chiedo tutela legale e il rispetto della mia dignità di persona e di lavoratore garantita dalla Costituzione repubblicana italiana.
In Fede – Teresio Grigoletto

lunedì 20 maggio 2013

I malati siamo diventati noi



Che l’antifascismo militante sia una vera e propria malattia mentale è un’osservazione che chiunque non sia un malato mentale, per l’appunto, può fare molto obiettivamente e con serenità. Ma non avevamo pensato che quella che si configura sempre più come una vera e propria piaga sociale avesse oramai raggiunto tali livelli di perversione così acuti da colpire addirittura il “nostro” Presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il quale ha “deliziato” i sudditi italiani con proposte decise e risolute per contrastare l’emergenza nazionale del momento. La disoccupazione? La criminalità? La crisi economica? Il suicidio degli imprenditori vessati dalle banche e da Equitalia? La contrazione dell’accesso al credito? La corruzione dilagante? La criminalità organizzata? Ma niente di tutto questo! Ben altri problemi assillano e logorano il nostro Presidente: l’omofobia. Se questo disgraziato Paese va’ allo sfascio, infatti, non è né per la crisi economica né per chissà quali altre ragioni! E’ l’omofobia la vera piaga sociale, quella contro la quale Grasso chiama a raccolta tutti gli esponenti del governo per misure concrete e decise. E quali sarebbero queste misure? L’internamento degli omofobi e la privazione dei loro diritti politici. Si, avete letto bene. 

Gli omofobi sono cittadini meno uguali degli altri. Gli omofobi - aggiunge Grasso - sono chiusi nel loro guscio, si frequentano tra loro, non allargano i loro orizzonti né il loro cerchio di amicizie. Temono i viaggi all'estero, le feste, gli studentati all'università e gli spogliatoi delle palestre". Poi detta la linea: "Una corretta educazione su questi temi - ha sostenuto - la dobbiamo fare soprattutto per chi soffre di questa 'malattia', per chi vive male, sopraffatto da un'irrazionale paura, dal terrore di uscire di casa, dall'ansia di avere tra i suoi compagni di scuola, di lavoro, tra i suoi amici, i suoi familiari, una persona omosessuale. Diciamocelo, sono cittadini meno uguali degli altri, sono chiusi nel loro guscio, si frequentano solo tra loro, non allargano i loro orizzonti nè il loro cerchio di amicizie. Temono i viaggi all'estero, le feste, gli studentati all'università, gli spogliatoi delle palestre. E' un problema sociale che dobbiamo affrontare davvero, da subito, a partire dai più giovani. Dobbiamo farlo insieme, le istituzioni con le associazioni".

Il concetto del termine “omofobo”, lo sappiamo bene, è un po’ come quello di “antisemita”: estensibili a piacere per bollare come criminali e delegittimare un singolo interlocutore, così come i gruppi politici avversi alle direttive di regime (i gruppi anti-abortisti, le associazioni cattoliche, i sostenitori della famiglia naturale). Noi, ne siamo più che certi, siamo inclusi di diritto in questa categoria di pericolosi omofobi.

Insomma, Pietro Grasso mi ha aperto la mente! Ho scoperto di essere un cittadino meno uguale degli altri (dovrò essere privato dei miei diritti politici ed umani), che non mi piacciono le ragazze - chi mi conosce sa bene che non appena vedo una bella ragazza scappo terrorizzato!, ho paura ad entrare in una palestra, non allargo i miei orizzonti né il mio cerchio di amicizie, temo i viaggi all'estero e – qualunque persona che mi conosca potrà confermarlo - ho un grandissimo terrore delle feste di vario tipo, e infatti rimango chiuso in casa per paura di incontrare persone che non conosco. Perché tutto questo? Perché ho paura di conoscere un omosessuale e di incontrarne uno. Chi di noi "omofobi" non ha un terrore simile?
 
Ma vuoi vedere che alla fine chi ci guadagna sono io? Magari se mi rinchiudono in un manicomio posso andare anche io a massacrare la gente con un piccone.

giovedì 16 maggio 2013

Gioele Magaldi: vi spiego io chi è Letta

Lo sappiamo bene: potremmo anche affermare l'ovvio e il banale, come per esempio il fatto che sia la Terra a girare intorno al Sole e non viceversa, che troveremmo sempre il solito malato di mente antifascista pronto anche ad affermare il contrario, pur di non dare ragione ai cattivissimi per eccellenza. Ma quando le stesse cose che da sempre diciamo e scriviamo noi le leggiamo anche da parti politiche e culturali diametralmente opposte alla nostra, ecco che la cosa diventa interessante.
Dal sito popoff.globalist.it riproponiamo la lettera di Gioele Magaldi, "Vi spiego io chi è Letta", che riteniamo interessante e degna di notevole attenzione. Buona lettura!

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Lo sapevate che Enrico Letta, il nostro presidente del consiglio, è un para-massone? Non un massone. Non è affiliato alla massoneria. Però, in qualche modo ne fa parte, seguendone gli schemi, i ragionamenti e le strategie. Che cosa vuol dire, che le decisioni che prende sono eterodirette?

Per capirne di più, partiamo da una società para-massonica, la cui tradizione deriva direttamente dalla fine del XVIII secolo: il Council on Foreign Relations o Cfr.

Questo tipo di associazioni possono essere definite para-massoniche in quanto sono sempre fondate da un nucleo ristretto di Liberi Muratori, i quali poi coinvolgono nelle loro attività sociali anche non-massoni (cosa che non potrebbero fare in Loggia, dove si può accedere soltanto dopo un lungo percorso preparatorio e una iniziazione ufficiale di tipo misteriosofico) per finalità più direttamente politiche, diplomatiche, civili, culturali o economiche di quanto (ufficialmente) può concedersi di fare una singola officina libero-muratoria o una federazione di logge (Comunione o Obbedienza che dir si voglia), vincolate a determinati principi rituali e sapienziali che limitano l'intervento diretto nelle questioni della Polis nazionale, inter-nazionale o globale.

È un po' come il noto principio ecclesiastico cattolico in uso fino a secoli recenti, secondo cui "Ecclesia abhorret a sanguine" ("La Chiesa aborre lo spargimento di sangue") e dunque, anche quando prescriveva di fatto la condanna a morte di qualcuno, essa veniva ufficialmente eseguita da una qualche forma di potere civile che recepiva le indicazioni superiori di matrice ierocratica.

Alcune organizzazioni massoniche si comportano analogamente, con non minore ipocrisia, per quello che attiene a questioni di politica, religione, diplomazia, economia e finanza.

Esse, cioè, dichiarano la loro trascendenza esoterico-spirituale rispetto a questo tipo di interessi, e tuttavia delegano con minuzia strategica ad associazioni specifiche l'esecuzione dei propri desiderata.

Rimane il fatto, però, che, immancabilmente, queste società (segrete o palesi) para-massoniche sono sempre dirette (in modo riservato e più o meno velato) da una ristretta cerchia di massoni: i non-massoni vi figurano come comprimari subalterni, compagni di viaggio, semplici ospiti occasionali, anche se si tratta di personalità ragguardevoli, a livello nazionale o internazionale, della politica, dei media, della diplomazia, dell'industria, della finanza, della cultura.

Nella prima parte dell'Ottocento, le principali società-paramassoniche (in questo caso, in gran parte segrete, dovendo lottare contro regimi assolutistici, tirannici, illiberali e anti-democratici) furono gli Adelfi, i Filadelfi, i Sublimi Maestri Perfetti, la Filikí Etería, la Giovine Italia, la Giovine Europa, il B'nai B'rith (società non segreta) e naturalmente la Carboneria, organizzazione inter-continentale (diffusa in Sud e Nord America, oltre che in tutta Europa), che costituì il più poderoso braccio armato del circuito massonico progressista.

Tra fine XIX e XX secolo vengono fondate nuove tipologie (non più segrete, ma solo riservate nella struttura, nel funzionamento e nelle finalità più importanti) di associazioni para-massoniche. 

Nascono così il Bohemian Club (1872, a San Francisco), la Fabian Society (costituita a Londra nel 1884), la Pilgrims' Society britannica (1902) e la Pilgrims' Society statunitense (1903), il Round Table movement (1909, con il cerchio interno della Society of the Elect), il Royal Institute of International Affairs o Chatam House di Londra (1920), il Council on Foreign Relations (1921) con sedi a New York e a Washington, il Lucis Trust (1920-22, attualmente con sedi a New York, Londra e Ginevra, è anche membro del Consiglio economico e sociale dell'Onu), il Tavistock Institute of Human Relations (1947), la Mont Pelerin Society (1947), il Bilderberg Group (1954), la Ditchley Foundation (1957), la Trilateral Commission (1973), il Group of Thirty (1978), il Bruegel (2005) ed altre ancora.

I partecipanti tecnicamente non massoni a queste società paramassoniche sono considerati dei "profani utili".
 Quelli che vengono invitati una tantum alle riunioni esterne dei club para-massonici come il Bilderberg Group, la Trilateral Commission, il Cfr, il Riia, non rivestono una grande importanza nell'ambito di questi consessi e la loro utilizzazione (da parte dei Fratelli Muratori che controllano rigorosamente i citati club para-massonici) è contingente e limitata.

Coloro che invece vengono convocati stabilmente e utilizzati con qualche frequenza per qualche operazione politico-diplomatica, economico-finanziaria o mediatica, godono di una più ampia considerazione e ricevono benefici maggiori di quei profani che solo una o due volte siano stati invitati.

Quei soggetti, maschi e femmine che, pur senza avere compiuto il rito d'iniziazione massonico propriamente detto, vengono cooptati come membri a tutti gli effetti di queste società para-massoniche sovra-nazionali, sono considerati dei Para-Massoni, una specie di fratellastri, i quali non avranno mai un ruolo di indirizzo gestionale o strategico in capo alle varie associazioni mondialiste di cui sono parte (tale ruolo è riservato esclusivamente a Massoni passati per il gabinetto di riflessione e tra le colonne Jachin e Boaz), ma vi manterranno comunque un ruolo servizievole e utile (per sé e la propria carriera/sorte personale; per gli altri, specie per i danti causa/mandanti in grembiulino), ancorché subalterno.

Ma c'è modo e modo di essere subalterni: alcuni rimangono per tutta la vita dei "camerieri" (anche se di rango elevato), altri possono arrivare ad essere dei "caposala", qualcuno più fortunato può persino trovarsi ad impersonare un ruolo di "maggiordomo" o "gran ciambellano".

Tuttavia, i ruoli veramente direttivi e strategici sono riservati ai Fratelli Liberi Muratori propriamente detti, che non solo sono all'origine di tali società para-massoniche (avendole costituite), ma ne mantengono sempre il ferreo controllo, di generazione in generazione, attraverso un lascito che non è familiare in senso profano, ma di precipua ascendenza spirituale-iniziatica.

Il perfetto Para-Massone, in questi contesti, solitamente deve essere una persona ambiziosa, ma anche servile e cosciente dei propri limiti e della propria subalternità rispetto a chi sia Massone a tutti gli effetti; una persona furba e sveglia più che veramente intelligente, piena di spirito di iniziativa ma senza grandi idee o principi troppo radicati.

Il perfetto Para-Massone non deve avere una Weltanschauung troppo complessa e raffinata, ma in compenso deve essere un infaticabile collettore e/o organizzatore di visioni e proposte (tanto teorico-intellettuali che pratico-operative) semplificanti e trasversali.

Naturalmente, stiamo parlando di para-massoni e massoni che costituiscano l'élite globale sovra-nazionale.

Tutto ciò premesso, dichiariamo e riconosciamo ufficialmente e pubblicamente che Enrico Letta è quasi un perfetto Para-Massone.
Ciò, a differenza di suo zio Gianni Letta, che non è mai stato direttamente cooptato in seno ad associazioni para-massoniche sovra-nazionali, ma che ha comunque ottenuto a suo tempo la sua peculiare iniziazione libero-muratoria, ottimo viatico per mediare da par suo fra interessi massonici conservatori e altrettante istanze di matrice reazionaria e ascendenza curiale e opusiana (cioè di ambiente Opus Dei).

Nel caso del giovane Enrico, Letta Junior, gravitante nell'area delle associazioni para-massoniche Bilderberg Group e Trilateral Commission. Abbiamo dunque a che fare con un individuo che, proprio in virtù della propria mediocrità intellettuale, dell'assenza di idee che non siano del tutto banali, conformiste e rabberciate nel solco del pensiero politico ed economico mainstream, del proprio carattere diplomatico, servile e opportunista (rispetto ad ogni potere forte e costituito), è stato da anni prescelto come uno dei più promettenti allievi Para-Massoni per l'Italia, da parte di coloro che fanno "girare la ruota" in Europa, in Occidente e nel Mondo, da qualche decennio.

Questi attuali "volgitori della ruota" ("chakravartin"), dopo circa due secoli e mezzo di ininterrotta egemonia della Libera Muratoria progressista (creatrice delle moderne società aperte fondate su stato di diritto, parlamenti rappresentativi, laicità delle istituzioni, trinomio Libertà, Fratellanza Uguaglianza, diritto al lavoro e alla dignità personale per ogni cittadino), sono alcuni estesi e influenti gruppi di Massoni contro-iniziati, reazionari e conservatori, desiderosi di realizzare una graduale ma inesorabile involuzione illiberale, anti-democratica, tecnocratica e neo-oligarchica nella gestione della res publica occidentale (fuori dal sistema politico occidentale non è ancora mai esistita né la democrazia né la società aperta laica, libera e pluralista).

Questi attuali "volgitori della ruota" ("chakravartin") stanno mettendo in atto non già un complotto o una cospirazione occulta, bensì un progetto che è potenzialmente sotto gli occhi di tutti, salvo per coloro che si rifiutino di guardare.

Del resto, come insegna un vecchio motto di matrice iniziatica, non c'è verità fattuale meglio occultata di quella che sia esposta in bella evidenza, in un contesto in cui i potenziali osservatori siano distratti da svariati giochi d'artificio, collocati sapientemente da chi sappia come sviare quotidianamente l'attenzione.

L'Europa è un laboratorio a cielo aperto di questo progetto di involuzione tecnocratica, illiberale, anti-democratica e neo-oligarchica nella gestione della res publica occidentale.


La Grecia (e con essa Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia, ciascuno a suo modo) è un laboratorio nel laboratorio, onde sperimentare fin dove ci si possa spingere nell'imporre, tramite la manipolazione mediatica diuturna, reiterata e pervasiva, una macelleria sociale inesorabile e assoluta. Qualcosa che possa trasformare gradualmente i cittadini europei, orgogliosi e consapevoli dei propri diritti, in sudditi depressi, frustrati e rassegnati al proprio destino di subalternità ad una nuova aristocrazia dello spirito (e non del lignaggio, come era ancora nel XVIII secolo) che è anche oligarchia nel controllo della finanza, dei media, dell'eurotecnocrazia, della casta di piccoli cortigiani insipienti e vili che costituiscono gli attuali ceti politici (di destra, centro e sedicente sinistra) del Vecchio Continente tutto.

Laboratori per creare la de-industrializzazione sistematica di questi Paesi, per far fallire aziende e licenziare lavoratori, far crollare i consumi e dunque far crollare la domanda di merci e servizi e, con tale crollo, come in un diabolico circolo vizioso, far fallire ulteriori aziende, che non sanno più a chi vendere i propri prodotti sul mercato interno.

Crisi delle aziende e dei lavoratori, ma crisi anche dei liberi professionisti, che lavorano sempre meno e i cui clienti diminuiscono a vista d'occhio o non hanno più soldi per pagare i servizi richiesti.
E il circolo diabolico e vizioso continua, perché anche i liberi professionisti, al pari di ex imprenditori o ex lavoratori (ora disoccupati) sono costretti a consumare di meno.

A chi giova tutto ciò? Giova a chi ha speculato per mesi e mesi sulle differenze tra i rendimenti dei vari titoli di Stato delle nazioni europee (sarebbe bastato creare degli eurobond, cioè dei titoli di stato europei unificati, per far cessare all'istante qualsivoglia speculazione sul famigerato spread); giova a chi ha i mezzi per acquisire aziende dei vari Paesi in crisi a prezzi di saldo; giova a chi si accinge ad acquistare a prezzi vantaggiosi e stracciati beni e aziende di Stato messi in vendita a quattro soldi per fare cassa e favorire amici e amici degli amici di amministratori pubblici corrotti e infingardi; giova a chi si accinge a speculare sulla privatizzazione di servizi pubblici essenziali per la vita quotidiana; giova a chi desidera avere, nel cuore dell'Europa e dell'Occidente, una massa enorme di disoccupati disperati, rassegnati a costituire una manodopera a buon mercato per i nuovi padroni sovra-nazionali dei mezzi di produzione locali, acquisiti a prezzo di favore proprio grazie alla crisi; giova a chi ha progettato una de-strutturazione sociale e politica delle lande europee, ri-trasformando i cittadini in sudditi con gli occhi rivolti al basso e solleciti soprattutto della propria sopravvivenza materiale, in modo tale che la sovranità, dal popolo, venga dirottata de facto (salvando le forme esteriori della democrazia, ma svuotandole di senso e contenuti) verso nuovi aristoi, padroni e sorveglianti elitari di un nuovo perimetro concreto del Potere, in cui la stessa politica rappresentativa dei partiti-movimenti sia decisamente subalterna ad ambienti altri, esterni e sopra-elevati rispetto ad essa.

Gioele Magaldi (Grande Oriente Democratico)
Fonte: popoff.globalist.it