domenica 11 ottobre 2009

Siamo la coppia più brutta del mondo

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Pubblicato sul mensile Il Lavoro Fascista, settembre 2009

Adriano Celentano e Claudia Mori cantavano, anni fa, “Siamo la coppia più bella del mondo”… Oggi, molto più modestamente e con meno successo, la politica italiana ci propone la coppia più brutta (e disgustosa) del mondo intero, ovvero l’ineffabile duo Antonio Di Pietro – Beppe Grillo.

Questi due ridicoli populisti da strapazzo, l’uno comico di professione, l’altro comico e basta, stanno trascinando la politica italiana, che già ne avrebbe abbastanza dei vari Berlusconi, Franceschini, Fini e compagnia brutta, in una sorta di cloaca fatta di insulti, slogan senza senso e toni che meglio si adatterebbero ad una rissa da osteria, piuttosto che ad un sano e serio dibattito politico; il comico fallito autoproclamatosi leader di chissà cosa continua imperterrito a distribuire patenti di moralità agli italiani e pesantissimi insulti ai politici, l’ex magistrato con l’armadio pieno di scheletri bacchetta tutto e tutti, attribuendo al mondo intero la patente di “mafiosi, Fascisti, razzisti” e chissà cos’altro… Ovviamente, senza trascurare di lanciarsi vicendevolmente attestati di stima e rispetto!

E tanto per rendere sempre attuale il detto “Al peggio non vi è mai fine”, questa indegna coppia di guitti d’avanspettacolo non solo trova consensi e sostenitori, ma li trova persino all’interno della tanto decantata “area”, ove evidentemente si continuano a confondere i grandi Statisti come Benito Mussolini con i piccoli pagliacci che lanciano urla e strali dai loro balconi virtuali… Forse i tanti “nazional-disperati” che annaspano per trovare qualcuno che li consideri badano più alle mascelle volitive ed ai soliloqui senza senso, piuttosto che ai contenuti…!

Eppure per verificare chi sono esattamente questi due insulsi personaggi in cerca di visibilità basterebbe veramente poco, ma purtroppo l’italiano medio oltre ad essere ignorante in Storia Contemporanea, lo è anche riguardo agli avvenimenti di cronaca molto recenti e non si sogna neppure di fare una rapida ricerca internet sul motore di ricerca Google per verificare l’esatta caratura di questi moralisti da strapazzo.

Spero di aiutare qualcuno con questo mio breve scritto, messo insieme recuperando proprio da Google le biografie più taciute dei due, leggendo le quali si comprende perché questo duo comico farebbe meglio a tacere quando si parla di moralità, di certificato penale e di specchiata onestà; nel passato già parlai in un mio articolo di Beppe Grillo (http://www.lavvocatodeldiavolo.biz/?p=371), allorquando in una certa “area” di imbecilli si diffuse la voce che Grillo fosse una sorta di “Camerata” dormiente, per il sol fatto di avere scelto l’8 settembre come data per il suo patetico “Vaffa Day”… Spero qualcuno mi voglia riconoscere una certa lungimiranza, leggendo l’articolo del 2007!

A quanto già scrissi sul comico genovese è a malapena il caso di aggiungere un breve rendiconto su alcuni fatti che aiuteranno i più a comprendere l’ipocrisia del soggetto. Il tutto è tratto da un’inchiesta de “Il Giornale”.

Il 7 dicembre 1981, da Limone Piemonte, decide di partirsene con alcuni amici alla volta di Col di Tenda; quel viaggio, d’inverno, è una follia. È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro gruppo di amici, nonché un’opportuna segnaletica, lo sconsigliavano vivamente: a esser precisi, la strada è tecnicamente chiusa. Fa niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un costoso ed enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro inquinantissimo. Con lui ci sono i coniugi Renzo Giberti e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio Francesco di 8, oltre a un altro amico che si chiama Alberto Mambretti. Un quinto amico, Carlo Stanisci, si avvede del pericolo e decide di scendere assieme alla fidanzata e al cane. Finisce malissimo: all’altezza di Bec Rouge, alpi francesi, l’auto sbanda su un ruscello ghiacciato e scivola verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata per un’ottantina di metri. Mambretti sopravvive non si sa come. I due coniugi muoiono, e ciò che resta del figlio viene trovato sotto la fiancata dell’auto. Aspettando il processo, non si ferma e qui c’è un altro episodio raggelante, raccontato dall’Unità: Grillo accetta di partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un cachet di 35 milioni. La sera dello spettacolo però diluvia e di milioni se ne incassano 15. I compagni di provincia cercano di ricontrattare il compenso: niente da fare, neppure una lira di sconto. Della segreteria comunista, tutta giovanile, l’unico che ha una busta paga si chiama Franco Innocenti, un 26enne: deve stipulare un mutuo ventennale nonostante abbia la madre invalida al cento per cento. Nell’84 c’è il processo per l’omicidio colposo; il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. Ma l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada era chiusa al traffico. La Corte d’appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a 16 mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente. Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che di recente è stato peraltro inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non potrebbe candidare se medesimo. Nel 1986, poco in linea con certe sue intransigenze future, fu protagonista di alcuni spot per gli yogurt Yomo e andò a vivere a Sant’Ilario, la Hollywood di Genova: una bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte di Portofino… Non fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque poco ai vicini e soprattutto al dirimpettaio Adriano Sansa, già poco entusiasta del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso edilizio cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito scagliarsi. Infine, c’è la telenovela dei pannelli fotovoltaici. L’ex amministratore delegato dell’ENEL, Chicco Testa, si è espresso più volte: «Grillo diceva che a casa sua, con il solare, produceva tanta energia da vendere poi quella in eccesso. Ma feci fare una verifica e venne fuori che da solo consumava come un paesino». In effetti si fece mettere 20 KW complessivi contro i 3 KW medi delle case italiane (consuma come 7 famiglie). L’ENEL, dopo varie lagnanze di Grillo, nel 2001 decise di permettere l’allacciamento alla rete degli impianti fotovoltaici (come il suo) e addirittura di rivendere l’elettricità in eccesso all’ENEL stessa: quello che lui voleva. Il suo contratto di fornitura, con apposito contatore, fu il primo d’Italia. E da lì parte la leggenda dell’indipendenza energetica di Grillo: in realtà il suo impianto di Grillo è composto da 25 metri quadrati di pannelli e produce al massimo 2 KW, buoni per alimentare il frullatore e poco altro.

Niente male, vero, per un fustigatore del capitalismo, del lusso, dei condoni edilizi, degli sprechi energetici, nonché sostenitore di una sorta di “morte civile” per chiunque abbia avuto il benché minimo problema giuridico?

Grillo

Ma c’è di peggio… Godiamoci il curriculum vitae dell’ex “Savonarola” del pool di Mani Pulite, quello cioè per cui tanto tifo fecero i fessi del fu MSIDN: 1) Cento milioni di lire senza interessi dall’imprenditore inquisito Gorrini, poi restituiti avvolti in carta di. giornale poco prima di dimettersi, nel 1994; 2) Cento milioni di lire senza interessi dall’imprenditore inquisito D’Adamo, denaro restituito nel 1995 in una scatola da scarpe messa agli atti di un procedimento penale; 3) Periodiche buste di contanti sempre da D’Adamo; 4) Centinaia di milioni, ottenuti dagli imprenditori Gorrini, D’Adamo e Franco Maggiorelli, per i debiti contratti dall’amico Eleuterio Rea al gioco d’azzardo; 5) Una Mercedes CE da 65 milioni di lire ottenuta da Gorrini e rivenduta all’amico avvocato Giuseppe Lucibello; i soldi sono stati restituiti con assegni circolari emessi nel maggio 1994 ma incassati nel novembre successivo, prima delle dimissioni; 6) Una Lancia Dedra per la moglie di Di Pietro da parte di D’Adamo; 7) L’utilizzo di una garçonnière a Milano, dietro piazza Duomo, di proprietà di D’Adamo, fino all’inizio del 1994; 8) L’utilizzo di una suite da 5-6 milioni al mese pagata da D’Adamo, a partire dal 1989, per almeno un anno e mezzo, al Residence Mayfair di Roma, nei pressi di via Veneto; 9) L’acquisto di un appartamento a Curno con soldi forniti da Gorrini; 10) La disponibilità di un appartamento a canone gratuito, fornito da D’Adamo, per il collaboratore Rocco Stragapede; 11) Un vasto e imprecisato numero di pratiche legali dalla MAA di Gorrini per la moglie, che svolge la professione di avvocato; le consulenze legali da D’Adamo per la moglie; l’impiego per il figlio, due volte, alla MAA di Gorrini; 12) Vari e costosi omaggi da D’Adamo: vestiario di lusso nelle boutique Incati, Fimar e Hitman di Milano, un telefono cellulare per sé, un telefono cellulare per l’amico Rocco Stragapede, almeno quindici biglietti aerei Milano – Roma, un mobile – libreria per la casa di Curno; 13) Vari e costosi omaggi da Gorrini: ombrelli, agende, penne di lusso, viaggi in jet privato per partite di caccia in Spagna, Polonia e nella riserva astigiana di Giovanni Conti, alcuni stock di calzettoni al ginocchio.

Insomma Antonio Di Pietro è uno che deve la sua fortuna politica alla sinistra – dalla candidatura nel Mugello nel 1997 nel collegio senatoriale del Mugello fino all’alleanza del 2009 – un sostegno così duraturo nel tempo da far credere che qualcuno sappia che fine abbia fatto il miliardo di lire ricevuto dal PCI-PDS da Raul Gardini per l’affare Enimont. Un fatto rimasto senza responsabile, come è scritto nella sentenza di quel processo: «Gardini si è recato di persona nella sede del PCI portando con sé un miliardo di lire. Il destinatario non era quindi semplicemente una persona, ma quella forza di opposizione che aveva la possibilità di risolvere il grosso problema che assillava Enimont (un decreto di sgravio fiscale). Il fatto così accertato è stato dunque esattamente qualificato come illecito finanziamento di un partito politico».

Gli immancabili imbecilli che riterranno l’elenco di cui sopra frutto delle solite malelingue, potranno trovare molte conferme spulciando i giornali dell’epoca: tutto quello che viene elencato in questo scritto è stato confermato dalla Magistratura, benché, bontà loro, nessuno abbia voluto considerare questi fatti come reati, ma al massimo come “comportamenti censurabili”. Il Corriere della sera così scrisse: “Antonio Di Pietro lasciò la toga perché voleva entrare in politica. Dietro quel gesto non ci furono complotti, anche se i fatti raccontati da Giancarlo Gorrini erano veri: “Alcuni rivestivano caratteri di dubbia correttezza, se visti secondo la prospettiva della condotta che si richiede a un magistrato, altri erano decisamente idonei ad un’iniziativa sul piano disciplinare”. Queste in sostanza le motivazioni con cui la seconda sezione del tribunale di Brescia ha assolto tutti gli imputati dall’accusa di concussione. “E’ indubbio – scrivono i giudici – che i fatti raccontati da Gorrini si erano realmente verificati (la prestazione di attivita’ lavorativa di Cristiano Di Pietro in favore della MAA, l’assegnazione di alcune cause a Susanna Mazzoleni da parte della MAA, l’erogazione di un prestito da parte di Gorrini, la cessione a Di Pietro, sempre da parte di Gorrini, di un’autovettura recuperata dalla MAA e trasformata da Di Pietro stesso in prestito, l’intervento di Di Pietro per ottenere che D’Adamo e Gorrini erogassero prestiti a Rea onde favorire l’estinzione di debiti consistenti)”. Secondo il tribunale, Tonino – che della deposizione di Gorrini aveva appreso in tempo reale da un giornalista – aveva di che preoccuparsi. “Era in gioco il suo prestigio come magistrato, come magistrato onesto, come persona dai comportamenti cristallini, e proprio questo prestigio era minacciato a causa di leggerezze commesse e per le quali egli era pronto a fare ammenda. Era in gioco, in definitiva, un ruolo e un’immagine”. E’ vero che il PM di mani Pulite aveva accumulato stanchezza fisica e psicologica, ma la molla decisiva che lo spinse a lasciare la toga fu l’intenzione “di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo”. E quando a Silvio Berlusconi disse di non essere stato d’accordo sull’invio dell’avviso di garanzia, mentì perché era “alla ricerca iniziale di probabili alleanze” politiche.

Capito, cari Camerati, perché il “moralizzatore” Di Pietro odia Berlusconi? Perché non si è calato le braghe di fronte a lui, ovviamente, dato che il “signore” era alla ricerca di alleanze politiche!

italiadeilavori

Tutto qui? Ma nemmeno per sogno! Si aggiunse a ciò quanto disse il faccendiere Pacini Battaglia, coinvolto anch’egli nell’inchiesta per una serie di tangenti; in un primo momento non fu arrestato in cambio di una proficua collaborazione. Il banchiere difeso sempre da Lucibello fu poi arrestato su ordine della magistratura di La Spezia e nel frattempo uscirono delle intercettazioni interlocutorie. Riferendosi a Di Pietro e Lucibello disse: “Se li arrestano, per me è solo un piacere… Perché a me Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato”

Di Pietro andò su tutte le furie ed allora Pacini Battaglia disse che lo “sbancato” era “sbiancato”, “stangato”,”stancato”. Poi ammise di aver detto sbancato riferendosi però alla severità processuale del PM. Quando nel 96 si candidò con Prodi, Di Pietro divenne ministro dei lavori pubblici. Si dimise quando comparvero le già citate intercettazioni di Pacini Battaglia. Venendo a tempi più recenti, è il caso di parlare di un tal Guglielmo Ascione: chi è? E’ l’ex magistrato che nel 1995 archiviò un esposto di Sergio Cusani, il quale aveva denunciato che alcune carte fornite dal faccendiere Pacini Battaglia, sulle quali Di Pietro aveva imbastito tutto il processo Enimont, erano state falsificate; Ascione archiviò, ma Cusani aveva ragione: nel 1996 infatti una perizia appurerà l’artefazione di quelle carte, ma l’esposto di Cusani ormai era stato archiviato. Ascione fu anche l’uomo che archiviò le accuse del pentito Salvatore Maimone che a Firenze, nel 1993, aveva sostenuto che un autoparco milanese gestito dalla mafia aveva le coperture di magistrati tra i quali un certo Antonio Di Pietro. Fu anche l’uomo che informava indirettamente Di Pietro, nel tardo 1994, dell’ispezione ministeriale che stavano predisponendo contro di lui; come appurato da una sentenza del 1997, lo schema era questo: l’ispettore Domenico De Biase informava Ascione che informava il giornalista Maurizio Losa che informava Di Pietro. Dulcis in fundo, l’ex magistrato Guglielmo Ascione è anche l’uomo che ha percepito quattro milioni di euro per ottenere la proroga di una concessione autostradale da parte del Ministero retto da un certo Antonio Di Pietro, che stranamente lo aveva scelto come consulente esterno… Evidentemente i buoni amici non si scordano mai…!

Mancherebbe la degna conclusione del curriculum di questo individuo dalla moralità molto estensibile, ovvero le vicende che hanno visto implicato il degno figlio di cotanto padre, Cristiano di Pietro… Ma preferisco lasciare l’ultima parola ad uno che se ne intende più di me quando si parla di favori e raccomandazioni, cioè Clemente Mastella, il quale dichiarò al Corriere della sera quanto segue: «Se avessi fatto io quel che ha fatto il figlio di Di Pietro? Non oso pensare cosa sarebbe successo. Invece per molto meno mia moglie Sandra è stata arrestata, e io ho dovuto lasciare il ministero della Giustizia, il partito, la carriera politica. Le nostre “non raccomandazioni”, per altro presuntive, molto presuntive, non sono mai andate a buon fine. Dalle mie parti si direbbe: cornuto e mazziato. Invece quelle di Di Pietro junior erano raccomandazioni reali, vere, e realizzate. E’ difficile, per il provveditore alle opere pubbliche, dire no al figlio del proprio ministro. Ha letto le intercettazioni? “Siccome è amico tuo, gli diamo il 10% invece del 7…”. Eppure il padre è ancora al suo posto, e il figlio pure».

Povera Italia e povera area, se avete bisogno di simili “eroi”! Se questi devono essere i politici “nuovi” che vogliono sostituirsi a Berlusconi, speriamo che il Cavaliere duri cent’anni!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

1 commento:

Anonimo ha detto...

Gli omuncoli, le mezza tacche chi più ne ha ne metta, hanno scritto la storia d'Italia del dopoguerra e se non ci fosse stato il Duce per un ventennio a dar luce a questo Paese, avrebbero macchiato l'Italia, con le loro menti fatte di escrementi, anche di quel periodo. Non perchè Berlusconi sia un personaggio intonso, ma oggi giorno assistiamo all'impudenza all'alterigia e all'ipocrisia di altrettanti personaggi che dell'ambiguità e dell'opportunismo ne fanno una regola di vita. Questi sono della stessa pasta badogliana che tradirono il duce, si attaccano alle poltrone sparando a zero sulla vita privata sulle questioni giudiziarie con i metodi più subdoli , pur di spodestare chiunque possa condizionare il loro illimitato potere.
E' proprio vero in Italia si guarda la pagliuzza nell'occhio dell'avversario, quando chi accusa ha le travi a nascondere le proprie magagne!!!
Ipocrisia a non finire!!!...Chi vuol intendere intenda!!!
N.B. La fiamma viva del Duce, in questo tempo cosi infausto, brilla più lucente che mai.
Emil