mercoledì 7 settembre 2016

Ci vediamo dall'altra parte, Katia

E' andata avanti, nella giornata del 5 settembre appena passato, la nostra camerata Katia De Ritis.
Probabilmente molti di voi la conosceranno anche senza essere militanti o simpatizzanti di Fascismo e Libertà. Katia, infatti, fu arrestata nel dicembre di due anni fa relativamente all'operazione "Aquila Nera", volgare operazione con la quale il regime democratico ha cercato di mettere a yacere i più esposti di noi. Sette mesi di regime carcerario durissimo, totalmente incompatibili con le sue condizioni di malata oncologica e in cura chemioterapica, regime carcerario che ha reso letteralmente impossibile anche a noi, i suoi più stretti amici e camerati, metterci in contatto con lei.
Nonostante tutto Katia non aveva perso la sua grinta di combattente. Anzi, incredibile ma vero, era ancora più grintosa, ancora più arrabbiata, ancora più determinata. Tornata alla dirigenza del MFL (noi non siamo democristiani, e Katia, tornata in libertà, è stata riammessa in forze all'interno del Nostro Movimento, con buona pace di tutti i topi, fuori e dentro il MFL, che si sono fuori dalla nave quando questa cominciava ad imbarcare acqua) non ha mai smesso di tenersi in contatto con noi, di discutere della sorte del Movimento e, perché no, anche di polemizzare.
Un male incurabile, contro il quale ha lottato da buona leonessa, ce l'ha strappata via. 
Con le lacrime agli occhi cercheremo di non retrocedere di un millimetro anche per te, Katia.
Ci vediamo dall'altra parte, camerata.

giovedì 24 marzo 2016

Liberali che mettono le bombe: riflessione sugli ultimi attacchi

A breve distanza dagli ennesimi attentati terroristici in Europa, interveniamo ancora una volta sul tema, l’opinione sul quale non è affatto cambiata rispetto alle posizioni che abbiamo espresso all’indomani dell’attacco al Charlie Hebdo, in Francia.
Cambia la posizione geografica, ma il problema rimane sempre lo stesso: il fallimento del progetto europeo, per come lo hanno concepito e lo concepiscono le élite liberal-tecnocratiche, è conclamato e questa è l’ennesima conferma di quanto MFL-PSN dichiara da tempo immemore. Non bisogna cadere nelle svariate trappole argomentative che tirano per la giacca i latenti pregiudizi – da ambo le parti – delle persone, del popolino così propenso a giudicare. Così come non accettiamo e riteniamo infondate le ricostruzioni secondo le quali per risolvere l’attuale situazione “c’è bisogno di più integrazione, più democrazia [la loro, però!] e più libertà”, allo stesso modo non accettiamo l’idea che, ora, sia necessario aprire una sorta di “caccia all’islamico” quale detentore di tutte le più crudeli arti responsabili della nostra sofferenza come popolo europeo. No: entrambe le posizioni (la prima tipica dei “democrat” piddini, la seconda più simile all’atteggiamento mostrato da Matteo Salvini della Lega Nord) noi le riteniamo irresponsabili, oltre che parziali e non utili alla risoluzione della grave questione che ci si pone di fronte. E’ vero che esiste un problema serio con un certo islam, peraltro molto diffuso in Europa, che, refrattario, ignorante e ostile, è in prima fila proprio contro l’integrazione proposta da coloro che lo hanno gentilmente ammesso sul suolo europeo. Ma è anche vero che il “dagli all’islamico” generalissimamente inteso assomiglia molto al “dagli al fascista” per partito preso che abbiamo dovuto sopportare in 70 anni di repubblica italiana.
Bisogna identificare i veri responsabili delle stragi: gli esecutori stanno a valle, ossia quei jihadisti fanatici e spesso manovrati dalle segrete stanze occidentali, ma coloro che permettono il dilagare degli stessi sono i padroni dell’Europa e dell’Occidente: i cosiddetti liberali, che subdolamente si trincerano dietro il paravento dei diritti e della libertà. “Noi – dichiarano questi stolti – siamo superiori ai nostri nemici perché, nonostante tutto, non neghiamo mai la libertà alle persone”. E pazienza se poi le stesse persone divengono carne da macello in nome e per conto di questa molto interessante idea di “libertà”. E pazienza se, nel frattempo, stanno negando alle persone la libertà di decidere il proprio futuro attraverso la precarizzazione delle esistenze dovuta alla crisi economica (generata anni or sono non certo dagli islamici o dai fascisti o dai comunisti, ma da chi ben sappiamo), lavorativa, sociale e morale. L’importante è che non si dica che mancano la libertà e la democrazia nei loro regimi. Parole senza senso e svuotate di vera sostanza politica. Parole che evidentemente si intendono valide universalmente, ma – quando si dice il caso – valgono solo per chi arriva e per certi privilegiati autoctoni; mentre il resto della popolazione subisce gli effetti di quello che in America è stato penosamente e ipocritamente chiamato Patriot Act!
Limitare i diritti reali, espandere gli pseudo-diritti (come la pagliacciata delle unioni gay) e parlare di isola felice che subisce vili e assolutamente immotivati attacchi “esterni”! E’ questo il capolavoro silenzioso dei nostri padroni che si definiscono liberali. E intanto disarmano i popoli – politicamente, culturalmente e antropologicamente -, li distruggono nel grande melting pot globalizzato e massificato, rendendoli alla mercé dei secondini dello jihad, che fanno il doppio gioco.
Noi questo non lo accettiamo! Rifiutiamo in toto le politiche irresponsabili e antinazionali dei governanti europei! Continueremo a ribadire questi concetti in ogni sede disponibile, fino al cambio di rotta definitivo della nostra Patria, per la costruzione di una vera e solidale Europa delle Patrie.

Elia Pirone - MFL Bologna

mercoledì 2 marzo 2016

Quando diritto fa rima con capriccio



No, no, no e ancora no. Non ci saranno mai abbastanza politici corrotti, pennivendoli collusi e ricchioni festanti su carri addobbati a festa per convincerci a difendere l’indifendibile: lo sfruttamento della donna per permettere che il capriccio di due frocetti borghesi divenga diritto. Perché una coppia di omosessuali, piaccia o non piaccia ai fautori del multiculturalismo e ai progressisti d’accatto, non può procreare. E, piaccia o non piaccia, lo sviluppo sano di un bambino si ha con un uomo e una donna, portatori, ognuno a proprio modo, di valori, modi di fare, tendenze inalienabili, diversi e complementari l’uno all’altro, e perciò fondamentali alla nascita del bambino.

La neolingua orwelliana chiama le adozioni omosessuali col nome di “maternità surrogata”: ma cos’altro è se non lo sfruttamento di una donna, magari in gravi difficoltà economiche o desiderosa comunque di migliorare la propria condizione sociale ed umana?
Nella fattispecie, come può definirsi il viaggio di una coppia omosessuale in America (patria d’adozione degli invertiti e dei pederasti), con uno dei due che eiacula volgarmente in una provetta che poi viene impiantata nel corpo di una donna che contemporaneamente utilizza l’utero di un’altra donna? Questi non sono diritti, questa non è civiltà: è solo ed unicamente pura, autentica depravazione.

Che i due finocchi in questione, precisamente un ex governatore della Regione Puglia (lo stesso che, quando Berlusconi “osava” organizzare delle cene per i fatti suoi e con persone perfettamente consenzienti e consce di quello che stavano andando a fare nella villa dell’allora Presidente del Consiglio, gridava a squarciagola contro il vergognoso mercimonio delle donne e la mercificazione del loro corpo ridotto a mero oggetto sessuale) e il suo “compagno”, ora vorrebbero imporre nel proprio Paese, vale a dire l’Italia, spacciandolo per civiltà, quando la stragrande maggioranza della popolazione è contraria e quando, val la pena di ricordarlo, in Italia tutto ciò è espressamente vietato.

Sarebbe, né più né meno, come se io andassi in India a sposare una bambina di 10 anni per poi tornare in Italia, dove il matrimonio con le bambine è, grazie al Cielo!, vietato, per reclamare a gran voce questo presunto diritto che nella civilissima India mi viene accordato, e nel mio Paese d’elezione invece no.

E allora, forse, bisogna partire dai fondamentali, dalle regole basilari di una civiltà, e ancor più da quelle regole basilari che le civiltà hanno ritenuto necessario, in millenni e millenni di Storia dell’umanità, imporre a se stesse per provvedere alla loro stessa sopravvivenza, per superare l’istinto becero che è linea di demarcazione netta tra l’uomo e le bestie che non hanno alcuna ragione. 

Se dobbiamo ripartire dai fondamentali, dalle regole basilari, dall’ABC dell’esistenza e della vita, se ci troviamo a dover difendere in piazza qualcosa di così sacro e che fino a poco tempo fa ritenevamo addirittura scontato come la famiglia e la sacralità del matrimonio, significa, né più né meno, che non siamo andati avanti ma stiamo andando pericolosamente all’indietro. Quando ti trovi a dover difendere il sacro e l’ovvio significa che tutto è lecito, che non vi è più alcuna linea di demarcazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, che non crediamo più in niente e pertanto, di riflesso, tutto può essere rimesso in discussione: la famiglia tradizionale, il far crescere dei bambini con un uomo ed una donna, il matrimonio omosessuale, espressione, quest’ultima, che fino a poco tempo fa sarebbe stata considerata un vero e proprio obbrobrio giuridico, ancor prima che morale. 

Se le obiezioni dei sodomiti e dei loro reggicoda non fossero così ossessivamente ripetute alla TV, così indefessamente ripetute fino allo sfinimento da media corrotti, politici conniventi e artisti (come quelli di Sanremo, tutti belli in fila, come provette pecorelle, col loro nastrino colorato) che di artistico non hanno nulla ma per vendere qualche disco in più sanno bene come fare le puttane della volgar massa, sarebbe ridicolo anche solo doverne parlare. Invece occorre farlo, poiché, come detto, qui ci troviamo davanti ad una guerra di civiltà, a dover difendere l’ovvio, il sacro.

“Le unioni omosessuali non sono meno diritti, ma diritti anche per chi, fino ad ora, non ne aveva. Ma se due omosessuali si sposano a te cosa ti tolgono?” Questa è la prima “obiezione” che ci siamo sentiti dire milioni di volte. Frase, di per se, implicitamente squalificante e degradante, che insinua vigliaccamente che i difensori della famiglia tradizionale (si, siamo i difensori della famiglia naturale e tradizionale, difensori del sacro e dell’inviolabile) vogliano togliere dei diritti a qualcuno. E allora, innanzitutto, dobbiamo avere il coraggio di dire quello che ben pochi hanno il coraggio di dire: avere dei figli non è un diritto. Lo ripetiamo: i bambini, i figli, non sono un diritto. Non lo sono per una coppia di eterosessuali, che possono giustamente vederseli portar via nel caso di gravi condotte o mancanze, e, a maggior ragione, non lo sono nemmeno per gli omosessuali, che non possono nemmeno averli dal punto di vista biologico.

Si dirà: “Il tuo ragionamento, se coerente, esclude anche le coppie sterili”. E invece no. Tant’è che una coppia sterile, che non riesce ad avere dei figli, è per l’appunto una anomalia, qualcosa di “non normale”, e può anche recarsi da un medico per risolvere quello che è, per l’appunto, un problema. Una coppia di omosessuali che si rechi da un medico poiché non riesce ad avere figli sarebbe, come minimo, sottoposta a visita psichiatrica. 

Ho sempre ritenuto giusto, e continuo a ritenerlo, che a nessuno debbano essere negati i diritti fondamentali, nemmeno agli omosessuali: il diritto ad avere una vita dignitosa, a non morire di fame, ad avere un tetto sulla testa, a vedere riconosciuta la propria dignità economica, sociale, umana, lavorativa. Io ho diritto a non morire di fame, a non essere umiliato nella mia sfera intima, economica e sociale, ad avere le stesse possibilità che hanno tutti gli altri, e ciò a prescindere dal mio sesso, dalla mia razza e dalla mia religione. Ma i bambini non sono un diritto. Nessuno vuole togliere i diritti agli omosessuali di avere dei figli poiché, per l’appunto, tale diritto essi non ce l’hanno a prescindere: avere dei figli non è un diritto, né per una coppia naturale, né tantomeno per una coppia omosessuale. Tant’è che, se la mamma si prostituisce in casa davanti ai bambini e il papà si droga, qualunque giudice può togliere loro la patria potestà, e portar via i bambini da quella casa, e poco importa che tali figli li abbiano potuti avere biologicamente. 

Scusateci, ma non riusciamo a difendere il capriccio di due finocchietti borghesi che vogliono pomposamente spacciarlo per “diritto”, e chi con loro. Non vogliamo un mondo dove, guardando un bambino, si chieda “Quanto l’hai pagato?” Non vogliamo un mondo dove le donne siano considerate delle fabbriche di figli e dove questi ultimi vengano recapitati a casa, come un pacco di Amazon.

Voi continuate pure a retrocedere.

sabato 27 febbraio 2016

Perché Donald Trump mi sta simpatico



Anche nella nostra area pullulano quelli che ormai identifichiamo come i radical chic. Non vanno alle apericene antifasciste e alle biciclettate antirazziste, ma comunque ci sono. Sono coloro che, col prosecchino in mano, nell’ultimo localino alla moda (io i localini alla moda, almeno quelli del cagliaritano, li frequento, quindi li sento parlare e lo so) sentenziano “Non importa chi vincerà le elezioni presidenziali degli Stati Uniti: tanto fanno tutti parte del sistema”.

Ora, tralasciando queste macchiette prestate alla politica, e tralasciando che cosa possa significare sistema, mi spiace contraddire questi politologi mancati, ma le elezioni americane interessano a tutti, specialmente a noi, che siamo, a dir poco, trainati dalla locomotiva americana. 

Io lo dico chiaramente: se proprio devo simpatizzare per qualcuno, allora mi auguro che vinca Donald Trump. Il personaggio ha portato, a suo modo, una ventata di politicamente scorretto e di “ignoranza” nel panorama politico americano. E non è poco.

Si fece già conoscere diversi mesi fa quando di sua figlia sentenziò: “E’ una bella ragazza: se non fossi suo padre le avrei già chiesto di uscire”. E giù tutti i media a dargli addosso, a condire di depravazione e immoralità una battuta assolutamente divertente e che solo i malati di mente, quali nella loro stragrande maggioranza sono appunto gli antifascisti in servizio permanente ed effettivo, possono tacciare di immoralità (loro, oltretutto). 

Oppure quando, in un tweet, profuse questa perla: “Se Hillary Clinton non è riuscita nemmeno a soddisfare il suo uomo come pensa di poter soddisfare l’America?”

Interrogato sui problemi dell’immigrazione, se ne uscì affermando che era necessario chiudere totalmente le frontiere agli arabi e ai musulmani ed eventualmente bloccando anche internet in quelle aree, per impedire il reclutamento dei terroristi via web. Del resto, come disse lui stesso al giornalista che gli contestò questa affermazione, “Non sono stati mica gli svedesi a buttare giù il World Trade Center”. 

Eppure, Donald Trump spaventa l’establishment ufficiale americano, non solo poiché è capace, innanzitutto, di dire con una pacatezza esemplare quello che miliardi di persone sulla terra pensano ma, contrariamente a lui, non hanno il coraggio di affermare, bensì anche perché, a suo modo, è una scheggia impazzita all’interno di quel sistema ermeticamente chiuso dei partiti e delle lobby che li finanziano.

Sarebbe dovuto essere un fenomeno passeggero, una tirata di vento, e invece gli ultimi sondaggi lo danno a più di venti punti di vantaggio dal suo diretto concorrente, quel Jeb Bush che lo stesso Trump ha asfaltato durante uno degli ultimi dibattiti televisivi di “Face the Nation”, spettacolo di attualità molto seguito negli Stati Uniti. 

Per il rampollo della famiglia Bush è stata una Caporetto su tutti i fronti. “Mentre Trump si divertiva in televisione, mio fratello (George Bush junior, ndr) rendeva l’American più sicura”. La risposta di Trump è stata geniale e tagliente: “Ci hanno buttato giù le Torri Gemelle, non direi che l’America fosse così sicura”. In seguito si è lanciato in una netta condanna della guerra all’Iraq, ricordando addirittura quel Colin Powell che al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sventolava la ampolla contenente antrace, che in seguito si rivelerà una bufala clamorosa. “Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente, favorito i terroristi. Sapevamo che non avevano armi di distruzione di massa e abbiamo agito comunque: abbiamo devastato tutta quella zona”.

Ora, a noi sembrerà anche scontato, noi che leggiamo i siti internet dei cosiddetti “complottisti” e acquistiamo i libri di Maurizio Blondet e di Giulietto Chiesa, ma mentre qui da noi certe espressioni possiamo sentirle anche dall’avventore medio mentre sorseggia il suo caffè, il mondo politico americano è, viceversa, saldamente trincerato sulla verità ufficiale. Un mantra attorno al quale l’establishment ha cercato di legare a se la popolazione tutta, che ora rischia di saltare, con tutto il suo corollario di dogmi e di verità ufficiali, a causa di questo stronzetto miliardario che può permettersi, vista la sua enorme fortuna finanziaria, di aprire bocca come, dove e quando vuole, nella maniera più diretta, se non addirittura sfrontata, possibile. 

Ora, io non so se Donald Trump sarà l’eccezione all’assoluto predominio del sistema americano sulle elezioni presidenziali e sulla politica americana tutta, ma quel che è certo è che il personaggio, di per se, è una scheggia impazzita, che ha già dimostrato di non essere il solito politico impomatato e diplomatico, attento a soppesare anche una minima parola, bensì di essere impulsivo, sfacciato ed addirittura arrogante, capace di uscite sanamente ignoranti.

Forse non sarà il miglior presidente americano di sempre (anche se per essere peggio di Bush o del guerrafondaio Obama bisognerebbe impegnarsi davvero tanto), ma almeno ci divertiremo a vedere le facce che faranno pennivendoli e politici collusi.

giovedì 25 febbraio 2016

Giulio Regeni: avventato o stupido?



Scusatemi, ma non riesco a commuovermi a comando, anche se si tratta di un italiano ucciso all’estero. Scusatemi, ma la storiella del povero Giulio Regeni non mi strappa nessuna lacrima. No, nemmeno una.

Cerchiamo di ricapitolare e di fare un poco di ordine. In Italia si tende spesso a parlare più con la pancia che con il cervello, ad esaminare più le sensazioni che i fatti. Io voglio esaminare i fatti.

Un ragazzo di 28 anni, collaboratore de Il Manifesto, e che anzi aveva ne “Il Manifesto il mio punto di riferimento” (uno di quelli che augurano ai Fascisti come noi altri la morte un giorno si e l’altro pure, e scusatemi, ma già questo lo rende umanamente distante da me), va in un Paese straniero, l’Egitto, e stringe amicizia con i Fratelli Musulmani, il gruppo terrorista che è stato dichiarato fuorilegge in Egitto ( e in diversi altri paesi), poiché responsabile di aver seminato morte e distruzione nel nome dell’Islam. 

Non mi sembra così scandaloso che le forze di sicurezza interne all’Egitto si siano interessate di uno straniero che è deliberatamente andato a ficcare il naso nei suoi affari interni, accompagnandosi ad elementi a dir poco discutibili. Specialmente se si aggiunge che l’Egitto, come miriadi di altri Paesi, è stato uno di quei paesi che ha faticato non poco a riportare l’ordine al suo interno, a causa di quelle insurrezioni che gli americani, con le loro rivoluzioni di primavera, arancioni e colorate, hanno chiaramente favorito. Al Sisi non sarà probabilmente il miglior Presidente egiziano, probabilmente non verrà candidato come Premio Nobel per la pace, probabilmente non guida una Nazione capofila del rispetto dei diritti umani, ma è anche colui che ha dovuto riportare l’ordine in una Nazione che ha vissuto mesi, se non anni, di ansia e inquietudine. E lo ha fatto anche dando qualche calcio nel culo, se era necessario.

Perché forse i nostri comunistelli italiani lo ignorano, abituati come sono a cianciare inutilmente di pacifismo e a vivere nel loro mondo dorato di apericene antifasciste, estintori tirati in testa ai poliziotti che ti garantiscono una aula del Senato, magistrati amici che ti scarcerano dopo che inneggi alla lotta armata in nome del movimento “No tav”, ma fuori da qui esistono nazioni sovrane che fanno legittimamente i propri interessi, giusti o sbagliati che siano, e i nemici, o coloro che ritengono tali, guarda un po’!, li fanno addirittura fuori.

Nessuno di noi ha la certezza che sia stato Al Sisi o qualcuno appartenente al suo governo, sia ben chiaro. Anche perché sarebbe illogico pensare che i servizi segreti egiziani siano così stupidi da uccidere uno straniero ritenuto una spia e un fiancheggiatore di terroristi e poi permettere il ritrovamento del suo cadavere. Non sappiamo, allo stesso modo, se Regeni sia finito in un gioco più grande di lui, mandato allo sbaraglio in funzione anti-Al Sisi, oppure per le sue velleità di giocare a fare il rivoluzionario.

Se sia stato più ingenuo o più stupido, insomma, non ci è dato sapere. Per adesso.

mercoledì 10 febbraio 2016

Noi non dimentichiamo



Il massacro degli italiani è semplicemente questo: la spietata pulizia etnica che, caduto ogni tentativo di difesa dei civili da parte dei reparti armati della Repubblica Sociale Italiana e delle SS italo-tedesche, i partigiani jugoslavi misero a punto, con la spietata complicità dei partigiani italiani.

Il numero dei morti non è mai stato quantificato; il numero degli esodati, accolti come Fascisti e traditori da un’Italia desiderosa di rifarsi una verginità dopo l’appoggio al fascismo durato per vent’anni, si aggira sui trecentomila.

Abbiamo dovuto attendere più di cinquant’anni perché la battaglia per la memoria non diventasse di parte, perché venisse riconosciuto ufficialmente quello che è catalogabile, senza alcun bisogno di imporre una verità stabilita per legge, come un vero e proprio olocausto ai danni della popolazione italiana di Istria, Fiume e Dalmazia.

Ci sarà tempo per parlare dei miserabili che, oggi come nel ’45, si distinguono per vigliaccheria e crudeltà.

Oggi ribadiamo solo una cosa: noi non dimentichiamo.