lunedì 24 agosto 2015

Don Mazzi mi ha rotto i coglioni


Lo so, avete perfettamente ragione, e mi scuso anticipatamente con voi, miei (pochi ma buoni) lettori. Un titolo così forte non è da me, che cerco sempre di evitare i toni pesanti, le parolacce, le uscite poco eleganti e poco signorili, nella convinzione che un messaggio, per quanto scomodo possa essere, se “impostato” bene ha molta più possibilità di arrivare al destinatario rispetto ad un altro, magari meno radicale, ma detto comunque male. Ma il solo scriverlo, e anche l’urlarlo, è già una liberazione! Come nella famosissima scena di un film di Fantozzi in cui quest’ultimo, costretto a “saltare” la partita dei mondiali per guardare “La corazzata Potemkin”, ha poi sentito il bisogno irrefrenabile di esternare la sua personalissima considerazione di quel film, in uno spazio dove nessuno, per non attirare a se alcuno sguardo di rimprovero, aveva avuto fino a quel momento il coraggio di dire che si, effettivamente “La corazzata Potemkin” era una cagata pazzesca!

Qui la situazione è simile. Nessuno ha il coraggio di urlare a questo pretino che, con le sue giornaliere comparsate in TV e sui giornali, quella sua faccia da cazzo nel difendere l’indifendibile solo per la voglia di notorietà (nemmeno troppo velata), quel suo costante tendere la mano sempre ai personaggi più disgustosi e più cattivi che la cronaca nera ci propina con morbosa costanza, ha effettivamente rotto i coglioni.

Sia chiaro: il buon pretino non è nuovo a comparsate del genere. Immaginate un criminale, uno schifoso, un rottame viscido della società che almeno una volta sia assurto alla ribalta delle cronache nazionali, uno di quelli che almeno una volta, quando lo avete visto, avete pensato che sarebbe stato da impalare vivo in una pubblica piazza, come ai bei tempi del Medioevo, ecco, immaginate un personaggio del genere e, molto probabilmente, il “buon” Don Mazzi sarà andato almeno una volta a difenderlo in TV, mentre la gran parte degli italiani onesti, quelli che non estorcono denaro alla gente o che non gettano l’acido in faccia con l’esplicita intenzione di sfigurare gli/le ex compagni/e, schiumava di rabbia.

Il nostro parte da lontano: è sua la polemica, siamo nel 1995, della rete Videomusic, nel programma condotto da lui stesso (si, avete capito bene: è almeno dal 1995 che ci frantuma i cosiddetti, e aveva pure una trasmissione): Sgarbi è un pazzo, Ambra Angiolini un’oca e per giunta bruttina, Sandro Mayer (un altro che è riuscito a fare soldi grazie alla stupidità di tutti quelli italiani che comprano “Chi”, “Eva tremila” e altre boiate del genere, e del quale ogni giorno dobbiamo sorbirci il naso ampolloso, poiché appare pure in TV a pubblicizzare i suoi giornalacci) è un bastardo, prima o poi lo querelerò. Già da quell’anno il pretino dimostrava una verve polemica di tutto rispetto e la propensione a cazzeggiare sul nulla cosmico.

L’anno scorso se ne usciva, sempre ripreso da tutti i giornali che, evidentemente, non hanno argomenti migliori da trattare (sic!), affermando che “Perdonerei un assassino ma non i magistrati che hanno condannato Silvio Berlusconi”. Così, tanto per, aria che passa tra i denti, scoregge che gli escono gratuitamente dalla bocca e che siamo costretti ad ingoiare come pillole di alta saggezza.

Ma il meglio del meglio, quello per il quale verrà consacrato nell’Olimpo dei nostri brutti ricordi, e il sostegno totale ed incondizionato ad Erika. Ve la ricordate? Erika, e il suo fidanzatino Omar, uccisero la madre e il fratellino di lei con decine e decine di coltellate, mentre chiedevano pietà, con una violenza e una foga che i giudici stessi definirono inumana e totalmente folle. Indovinate un po’ chi fu il primo a saltare subito sul carro delle trasmissioni di pettegol… pardon, informazione, urlando ai quattro venti che Erika era una derelitta della società e andava aiutata? Ma lui, ovviamente! Don Mazzi! Grazie al suo intervento Erika uscì molto prima di prigione e ora cazzeggia allegramente tra missioni umanitarie e corsi di laurea che le abbiamo pagato tutti noi, che anziché uccidere i nostri parenti a coltellate andiamo a lavorare e paghiamo le tasse.

Poteva essere una parentesi? Ma no! Quando aiuti una pluriomicida che non si fa alcun problema ad uccidere il fratellino nella vasca da bagno perché mai dovresti metterti problemi ad aiutare un pedofilo? Appunto! Si chiama Paolo Bovi ed era l’ex fonico dei Modà: i giudici hanno stabilito che, nel solo anno 2011, molestò ben quattro ragazzi tra i 13 e i 16 anni, quando ricopriva il ruolo di educatore in un oratorio. Ecco pronto per lui un bel posticino caldo nella comunità Exodus, col nostro eroe che si liscia il pelo davanti a tutte le telecamere e a tutti i giornalisti, senza che nessuno, tra quei pennivendoli, abbia mai avuto il coraggio di chiedergli il perché di tutta questa sua perversa attrazione verso i carnefici, anziché verso le vittime.

Ma Bovi non è niente di che, e la figura di Erika comincia ad impolverarsi: si sa, gli italiani hanno la memoria corta. Urge correre ai ripari, per il nostro mitico Don Mazzi, sempre in vena di aiutare il prossimo e così desideroso di farcelo sapere in tutti i modi e da tutti i canali televisivi. Cosa c’è di meglio di un uomo che è stato condannato per associazione a delinquere, sfruttamento della prostituzione, estorsione, corruzione di pubblico ufficiale, bancarotta fraudolenta, estorsione aggravata, trattamento illecito dei dati personali, minacce a pubblico ufficiale, violazione di domicilio, porto abusivo di arma da fuoco, guida senza patente? Ecco quindi che il nostro buonissimo Don Mazzi compare in tutte le televisioni a dirci che i giudici sono cattivi, che è una ingiustizia che Fabrizio Corona sia stato condannato solo per aver scattato qualche foto, mentre criminali di ben altra risma sono fuori! Avete capito? Solo “per aver scattato qualche foto”! Questa idiozia è stata ripetuta fino alla nausea, a tal punto che, ancora oggi c’è gente che ci crede, e pensa che Corona sia vittima del sistema, e non un bulletto stronzo che ha giocato a fare il mafioso fino a raggiungere il punto di non ritorno. (E sia ben chiaro che a me Corona, come persona, piace! Il ragazzo, a modo suo, ha comunque le palle quadrate.)

Ancora prima aveva fatto arrabbiare tutti gli animalisti, e le persone di buon senso, con la famosissima frase “Basta spendere soldi per gli animali! Spendiamoli per gli uomini!” Pure in quella circostanza, era l’aprile del 2012, non mi uscì altro che un sonoro VAFFANCULO appena accennato nel titolo di questo post - http://chessaandrea.blogspot.it/2012/04/don-mazzi-ma-vai-fanc.html - ché pensavo ancora, ingenuamente, che l’educazione nella vita pagasse. Anche in quella circostanza nessuno aveva avuto il coraggio di dire pubblicamente a questo personaggio che non doveva permettersi di dire a nessuno come spendere i propri soldi e che una civiltà umana si basa anche sul rispetto dei diritti degli animali. Fosse stato per me mi sarei spinto pure oltre e gli avrei detto chiaramente ciò che ho scritto: che l’ultimo cane rabbioso e infestato dalle zecche meritava un milione di volte di più le mie attenzioni del primo clandestino che sbarca qui e pretende vitto e alloggio gratis, smartphone di ultima generazione e wi-fi.

L’ultimo intervento in ordine di tempo è quello che riguarda Martina Levato. Poteva, il nostro, stare a guardare mentre infuria la polemica se concedere o no l’affidamento del figlio ad una donna che ha mutilato in maniera permanente l’ex fidanzato, ha provato a rifarlo di nuovo con un altro e, come scrivono chiaramente i giudici, ha dimostrato una cattiveria agghiacciante e una assoluta mancanza di empatia umana e di pentimento nei confronti del suo gesto? Nel mio Stato ideale, beninteso, sarebbe stata giustiziata con un colpo di fucile a canne mozze alla tempia, dopo sommario ma regolare processo, giusto per rispettare il protocollo! Siccome siamo in Italia, Paese che ormai la civiltà l’ha solo nei libri di Storia (quelli – e purtroppo sono la maggior parte – non scritti dai comunisti, beninteso!), si discute se un personaggio simile, che va in giro con un altro rottame peggiore di lei a gettare acido sulla faccia degli ex fidanzati, abbia il diritto o no di mantenere il bambino che – è solo una ipotesi al vaglio dei giudici – molto probabilmente ha concepito solo per ottenere gli sconti di pena previsti per le mamme! E siccome non solo abbiamo perso la civiltà, ma siamo diventati completamente incivili, dobbiamo addirittura sorbirci, mentre schiumiamo di rabbia al solo pensare a cosa abbia avuto il coraggio di fare questa donna, Don Mazzi che sentenzia “Io con Martina Lovato ho parlato, è una persona molto più normale di quello che si pensa. Conosco la famiglia, sono di buon livello, lei ha compiuto anche degli studi importanti, il tenere un bambino è un suo inalienabile diritto”. Il tutto senza che nessuno abbia il coraggio di mandarlo a fanculo.

Siamo diventati un Paese, l’ho scritto anche nel mio ultimo articolo, dove l’inciviltà ha oramai completamente preso piede. Siamo talmente abituati allo schifo che un pretino arrogante e volgare che pronuncia simili oscenità non ci indigna, non ci fa incazzare, non ci fa minimamente venire voglia di gridargli qualcosa. Che dovrebbe smettila di apparire in televisione per ogni stronzata, per esempio. Che dei carnefici ce ne fottiamo, e preferiamo dedicare la nostra attenzione alle vittime: non alle Erika, ma alle mamme delle Erika; non ai Fabrizio Corona, ma alla mamma di una ragazza scomparsa che se lo è ritrovato in cucina, senza essere invitato, alla ricerca di uno scoop (era il caso Scazzi, se non erro); non delle Martina Levato, ma dei fidanzati ai quali hanno distrutto la vita, sfigurandoli orribilmente, bruciandoli polmoni, stomaco e tutta la faccia. Che – perché no? – preferiamo mille volte chinarci ad aiutare un cagnetto abbandonato che sfamare un parassita africano.

Perché c’è un limite a tutto. Questo stronzetto, radical-chic di sinistra, non è meno stronzetto per il fatto di portare una tonaca. E adesso ha rotto davvero i coglioni. Diteglielo, se vi capita.

venerdì 21 agosto 2015

Come l'Impero Romano. Anzi, peggio


Se esiste un momento, nella storia delle civiltà, in cui la decadenza si tocca con mano, si sente, si respira, si vive quotidianamente, questo è quello attuale. I romani del 476 d.C. avevano, quantomeno, una scusante: essendo immersi in quel tempo, ed essendo il primo e il più grande impero che il mondo abbia mai conosciuto, era semplicemente inconcepibile che Roma, voluta dagli dei e plasmata con la mano degli uomini, potesse cadere. Per mano dei germanici, per giunta! Invece, come sappiamo, accadde, più o meno (non è in questa sede il caso di dibattere dell’influenza del cristianesimo sulla caduta e sulla fine dell’Impero Romano) esattamente così.
Lungi noi dall'essere un Impero, ma è indubbio che la sovranità nazionale dell’Italia, così come ci intestardiamo a concepirla e a sognarla ancora, sul solco di quella Tradizione di regole e giustizia che i popoli si sono autoimposti per secoli e secoli e che hanno permesso il fiorire della civiltà e del progresso, è sostanzialmente cancellata. Dai grandi mutamenti che viviamo alle polemiche di bottega, assistiamo ad un degrado dello Stato quale mai si era visto.
L’invasione migratoria, innanzitutto. Nessuno di noi ha mai pensato di innalzare muri, costruire frontiere, imbastire blocchi navali: abbiamo sempre pensato che il confronto fra culture e persone diverse fosse necessario e auspicabile. Quella che sta subendo l’Italia, però, altro non è che una vera e propria invasione, attuata con mezzi solo apparentemente pacifici, che sta rapidamente disgregando non solo la componente etnica, culturale e spirituale di quello che un tempo non avremmo esitato a definire come il popolo italiano, bensì anche le sue istituzioni, il suo Stato sociale, i suoi fondamentali punti di riferimento. Sarebbe facile bollare questa invasione del continente italiano ed europeo come il risultato di politiche buoniste, frutto delle scelte scellerate di una classe politica che, mentre rimane saldamente trincerata dietro le sue posizioni di privilegio economico, sociale e politico, un giorno si e l’altro pure trova necessario indicarci col suo ditino moralizzatore per darci dei razzisti se solo osiamo ribellarci all’immigrazione, definita come un qualcosa di quasi necessario, addirittura inevitabile, quasi fosse un imposizione della Storia e contro la quale gli uomini non possono assolutamente opporsi. Ciò ha anche la sua importanza, senza alcun dubbio, ma non tutti sanno che l’imbastardimento del continente europeo, nelle sue componenti razziali quanto spirituali, è invece un piano ben studiato a tavolino e che, dopo la sconfitta dei Fascismi nel secondo conflitto mondiale, ha potuto trovare, lentamente ma inesorabilmente, piena applicazione.
Fu infatti il Conte Richard Kalergi, massone di alto rango, colui che fin dal 1922, anno in cui fondò il suo movimento “Paneuropa”, pensò al continente non come ad un insieme di nazioni, ognuna dotata della propria specificità, delle proprie caratteristiche culturali, economiche, morali e spirituali, bensì come ad un unico, immenso calderone multirazziale nel quale i popoli sarebbero confluiti per perdere ognuno le proprie caratteristiche fondamentali e diventare una informe massa di sudditi, manovrabili a piacimento dalle elites mondialiste.
Eccome come Gerd Honsik, nel suo “Il piano Kalergi”, descrive l’idea che, pian piano, si insediò nei think-thank intellettuali, nei salotti dell’intellettualità europea e, infine, nelle stanze dei bottoni della politica:
Kalergi proclama l’abolizione del diritto di autodeterminazione dei popoli e, successivamente, l’eliminazione delle nazioni per mezzo dei movimenti etnici separatisti o l’immigrazione allogena di massa. Affinchè l’Europa sia dominabile dall’elite, pretende di trasformare i popoli omogenei in una razza mescolata di bianchi, negri e asiatici. A questi meticci egli attribuisce crudeltà, infedeltà e altre caratteristiche che, secondo lui, devono essere create coscientemente perché sono indispensabili per conseguire la superiorità dell’elite. Eliminando per prima la democrazia, ossia il governo del popolo, e poi il popolo medesimo attraverso la mescolanza razziale, la razza bianca deve essere sostituita da una razza meticcia facilmente dominabile. Abolendo il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge e evitando qualunque critica alle minoranze con leggi straordinarie che le proteggano, si riuscirà a reprimere la massa. I politici del suo tempo diedero ascolto a Kalergi, le potenze occidentali si basarono sul suo piano e le banche, la stampa e i servizi segreti americani finanziarono i suoi progetti. I capi della politica europea sanno bene che è lui l’autore di questa Europa che si dirige a Bruxelles e a Maastricht. Kalergi, sconosciuto all’opinione pubblica, nelle classi di storia e tra i deputati è considerato come il padre di Maastricht e del multiculturalismo. La novità del suo piano non è che accetta il genocidio come mezzo per raggiungere il potere, ma che pretende creare dei subumani, i quali grazie alle loro caratteristiche negative come l’incapacità e l’instabilità, garantiscano la tolleranza e l’accettazione di quella “razza nobile”.
Una abnorme massa di bestie, senza più alcuna cultura da difendere, senza religione, senza tradizione, è ben più facilmente malleabile e dominabile di un popolo di patrioti, che amano la propria Patria, la propria terra e, all’occorrenza, sono anche disposti a combattere e a dare la propria vita per difendere quei valori superiori nei quali credono.
In un mondo anche solo di cinquant’anni fa avremmo potuto esprimere senza timore tutto il nostro odio e il nostro disprezzo per i giovani di venti, trenta, quaranta e cinquant’anni che partono per scappare dalle miserie della propria Patria anziché imbracciare un fucile per difenderla come hanno fatto i nostri avi e, più generalmente, come hanno sempre fatto le comunità nazionali quando, a torto o a ragione, si sono trovate minacciate nella propria libertà e finanche nella propria esistenza. Del resto cosa hanno fatto Fascisti e partigiani, pur su posizioni diametralmente opposte, se non imbracciare il fucile per lottare in nome di quegli ideali che, a torto o a ragione, professavano? Viceversa, oggi, esprimere un simile concetto non solo significa per il suo autore una condanna unanime come razzista, omofobo e Fascista, ma viene usato, nella retorica disgustosamente pietista e buonista propinata ogni giorno a piene mani dai media di massa, come scusa per favorire quella invasione a causa della quale un sempre maggior numero di italiani vive in situazioni di insicurezza, disagio, malessere costante, quando non in situazioni di vera e propria criminalità.
Il mantra buonista, ormai, viene imposto dal Sistema come qualcosa in cui credere senza fare domande, come una vera e propria religione laica e che, proprio come una religione, ha i suoi dogmi (“Scappano dalla miseria e dalla guerra”, “Noi occidentali siamo in gran parte responsabili delle loro sventure”), i suoi martiri (la figura del “migrante”, termine utilizzato della neolingua orwelliana per definire quello che è rimarrà solo e semplicemente un immigrato clandestino, quando non un vero e proprio parassita che, per tutta una serie di ragioni dipendenti o meno dalla sua volontà, si trova a sussistere esclusivamente con i mezzi di sussistenza e di vita che altri gli forniscono, cioè da parassita), i suoi nemici di sempre (il razzista, il fascista, l’omofobo, colui che rifiuta di integrarsi).
Apro una piccola parentesi: chi ha detto che io debba integrarmi? Cosa dovrei imparare da una cultura, come è spesso e volentieri quella africana, che è decenni, se non secoli, indietro a noi per quanto riguarda le regole di civiltà e di convivenza? Cosa mai avrei da imparare da gente simile? E se, pur avendo qualcosa da imparare, non volessi farlo e volessi rimanere rinchiuso nella mia crassa ignoranza e nella mia bieca “chiusura mentale”? Anche i mentalmente chiusi, ammesso e non concesso che lo siano veramente, dovrebbero poter avere il diritto di rimanere tali.
Questa immigrazione di massa, come dicevo sopra, viene descritta come un qualcosa di necessario, di ineluttabile, di quasi auspicabile per poter creare quella sorta di Paradiso sulla terra in cui, liberi finalmente dalle nostre antiche costrizioni mentali come le nozioni di razza, di cultura, di religione, di Patria, potremo vivere tutti insieme, e liberi. Se certe stupidaggini non venissero propagandate dai media con una tale insistenza e con una tale forza da far presa su una grandissima parte degli italiani, sarebbe addirittura imbarazzante parlarne. La prima reazione degli antirazzisti, questa massa di personaggi costantemente animata da un imbecille senso di colpa nei confronti del mondo africano e che pretende di mondare, essa stessa, per tutti quanti (anche coloro che responsabili non si sentono affatto), quelle colpe di cui si sente responsabile disintegrando e annichilendo i propri simili, è quella di etichettare tutti coloro che si oppongono all’immigrazione come dei trogloditi, dei violenti, degli insensibili alla sofferenza altrui, dei violenti fascisti che si trincerano dietro le proprie posizioni di privilegio. Bastava poco per capire, come la cronaca e come le inchieste giudiziarie mettono in luce tutti i giorni, che coloro che si arricchiscono con l’immigrazione sono essenzialmente la Chiesa e le cooperative rosse, e che i cattivi fascisti, il più delle volte, spesso e volentieri sono semplici cittadini, che sono costretti ad urlare con forza per vedersi riconoscere i diritti che, in uno Stato civile, sarebbero semplicemente acquisiti: il diritto di precedenza nell’assegnazione di una casa popolare o di un posto di lavoro, il diritto a vivere nel proprio quartiere senza essere costretto ad avere a che fare quotidianamente con ladri, assassini, spacciatori e prostitute, tutte categorie che, di fatto, si sono impossessati dei quartieri di molte città che sono diventati “cosa loro”.
Poiché l’olezzo di tali balle è diventato talmente forte che anche coloro che facevano finta di sentire solo odore di lavanda e vaniglia non possono ormai fare più finta di niente, e vedono montare sempre di più la rabbia di una sempre maggiore parte di italiani (i quali, spesso, condividono con questi indegni esseri la colpa di non essersi opposti come avrebbero dovuto e potuto alle politiche mondialiste e liberiste di questa gentaglia, quando non hanno la colpa, gravissima, di averli votati e sostenuti per anni), siamo costretti, alla TV o sui giornali, ad avere a che fare con la nuova figura formata da questi presunti mediatori culturali che, se da un lato cercano di portare avanti le loro ragioni, basate semplicemente su un disgustoso buonismo pietista che favorisce gente lontana da noi (ma molto vicina a loro) per discriminare chi invece parla la nostra stessa lingua e ha il nostro stesso colore della pelle, spesso e volentieri sentenziano: “Capiamo le vostre paure, spesso si ha paura di ciò che non si conosce”. Questo pensiero, oltre che ridicolo, è anche profondamente offensivo, in quanto sembra quasi di avere a che fare non con dei cittadini che difendono i loro diritti, ma con dei cavernicoli incapaci di relazionarsi con chiunque non sia il suo vicino di casa, e spesso nemmeno con quello. Gioverebbe ricordare, ai soloni ed ai fanatici dell’accoglienza, che l’Italia, e con essa l’Europa tutta, è una comunità storicamente abituata al contatto con genti straniere, con culture diverse, con popolazioni solo apparentemente lontane da noi. Sentirci dare dei “mentalmente chiusi” da gente i cui popoli, spesso e volentieri, vivono ancora in capanne è francamente assai fastidioso.

Che ci voglia una certa dose di coraggio, anche fisico, nel difendere la sovranità della propria Nazione, ce lo dimostra qualunque giornale degli ultimi giorni. Semplici fatti di cronaca che però assumono una rilevanza ben più importante di quella che potrebbe sembrare apparentemente.

A cosa mi riferisco, in particolare? È presto detto. Qualche giorno fa Vittorio Brumotti, il campione di bike trail e inviato speciale del programma Mediaset “Striscia la Notizia” è stato aggredito, per questioni futili, da un gruppo di albanesi mentre pedalava con la sua mountain bike. Immediatamente, sui social network e non solo, la sua prima preoccupazione è stata quella di non alimentare alcun episodio di razzismo dichiarando chiaramente: “Sono stato pestato da un gruppo di albanesi, ma mi raccomando, ragazzi: non facciamo i razzisti”. Potete solo immaginare quanto sia forte il regime se un uomo di spettacolo, quale è Brumotti, subisce un pestaggio violentissimo e immediatamente dopo si sente in dovere, per salvarsi la carriera (che, ci auguriamo di no per lui, ovviamente!, è in serio pericolo, visto che è stato pestato con talmente tanta rabbia e violenza che la parete dell’occhio si è staccata e dovrà subire un delicatissimo intervento chirurgico che, se non riuscirà, potrebbe compromettere per sempre la sua capacità visiva), di chiedere di non commentare con insulti razzisti sulla sua pagina Facebook.

Solo un malato di mente, drogato dalla propaganda mondialista e mass mediatica incessante, può lasciarsi andare in sproloqui antirazzisti dopo essere stato appena pestato. Brumotti è un personaggio pubblico, e deve garantirsi la carriera: mai gli sarebbe permesso un minimo sgarro. Peccato che la stessa cosa non possano dire Frank e sua moglie, i due commercianti di Brescia che sono stati uccisi da una coppia di pakistani perché – udite udite! – gli rubavano il lavoro. Nemmeno noi, che pure in quanto a pessimismo spesso e volentieri non scherziamo affatto, ci saremmo mai immaginati gli stranieri che uccidono perché gli italiani, in Italia, gli rubano il lavoro.

Mai ci saremmo immaginati di vedere gente proveniente dall’Africa protestare, da comodi alberghi a 4 stelle che molti italiani, tartassati da uno Stato tanto prepotente quanto sanguisuga, nemmeno si sognano, per il troppo caldo. Mai ci saremmo sognati di vedere gente che scappa dalla propria Terra (e già questo, lo ripetiamo, solo qualche decennio fa, quando ancora le comunità avevano ancora qualche ombra di patriottismo, sarebbe stato considerato un crimine intollerabile) a causa della guerra e della fame buttare i piatti della Caritas in mezzo alla strada, perché non confacenti alle prescrizioni religiose dei clandestini o perché, più semplicemente, poco buoni.

Che questo Stato sia assente, ormai, è palese anche a chi, per lo stesso Stato, ci lavora. Lo dice molto bene Francesco Florit, gip in forza al Tribunale di Udine, che è costretto candidamente ad ammettere quello che a chiunque non sia un malato di mente devastato dal cancro dell’antirazzismo appare chiaro ed inconfutabile: che in Italia la certezza della pena è inesistente, che lo Stato ha una manica larga, anzi larghissima, con i delinquenti, ancor più se sono clandestini,  e che pertanto sempre più persone vengono qui perché si può delinquere tranquillamente. Perché una Boldrini, un Nichi Vendola, un magistrato che ti dà le attenuanti, qualcuno in tua difesa, sia come sia, in questo Paese lo trovi sempre.

Lo hanno dimostrato bene i Casamonica, omaggiando il loro boss esperto in armi, estorsione, riciclaggio di denaro sporco, droga e prostituzione, che si permettono funerali sfarzosi, costringendo tutta la politica, da destra e da sinistra, a clamorosi distinguo, prese di posizione, “non sapevamo”, “se sapevamo ci siamo dimenticati”, “se non c’ero dormivo”.

Uno Stato del genere, terra di conquista per ladri, immigrati di varia risma, delinquenti comuni, mafiosi, massoni ed assassini, non merita i Falcone, i Borsellino, i Mori, e tutti coloro che si sono silenziosamente ed eroicamente sacrificato per il bene di questa nazione smemorata ed ingrata. Uno Stato del genere, che non riesce nemmeno a fermare due zingarelle in metropolitana (a proposito: avete mai preso la metropolitana a Roma? Avete visto con quale arroganza e impunità le borseggiatrici rom importunano i passeggeri nei pressi delle biglietterie, minacciano chi le scaccia via, sbeffeggiano ed insultano le forze dell’ordine?) cosa può pensare di fare contro un clan mafioso potentissimo, che ha ramificazioni economiche ed affaristiche in tutta Europa, e che non esita a sparare per raggiungere i suoi obiettivi?

Noi, invece, che cosa possiamo fare in tutto questo? Resistere. Resistere ad oltranza. Difendere un’Idea, difendere noi stessi, impersonare nei nostri atteggiamenti, nel nostro disprezzo e nel nostro odio verso questo mondo in rovina, l’ultima, estrema forma di resistenza. Prima o poi il vento dovrà cambiare direzione. E chissà che, dai semi che abbiamo piantato noi, non possa giungere qualcuno o qualcosa migliore di noi, ma che a noi dovrà essere, almeno un minimo, debitore.
Perché sappiamo che Roma cadde. E risorse. Di nuovo.

lunedì 29 giugno 2015

Non chiamateli Fascisti: chiamateli coglioni

Una camerata di Assemini mi racconta questa vicenda alla quale, suo malgrado, assiste nella città in cui vive e lavora, Assemini, in provincia di Cagliari.
Siamo nel parcheggio di un supermercato e lei, come spesso le capita, sta entrando per fare la spesa. All’ingresso del supermercato c’è un venditore ambulante di colore: è molto pacifico, non importuna mai nessuno con la sua merce, ed è sempre molto educato.
Si avvicinano due ragazzi con una automobile, lo sfottono, lo insultano e lo deridono, infine gli chiedono di fargli vedere uno dei diversi marsupi che portava avvolti intorno al collo; mentre il ragazzo sta cercando di sganciare il marsupio il ragazzo al posto del passeggero lo afferra per un braccio, lo trascinano con l’auto e poi accelerano di colpo, fino a che il venditore ambulante, incapace di reggere quella velocità, cade per terra, ferendosi – per fortuna non gravemente – al viso, al volto, al collo ed alle gambe, rialzandosi livido e completamente sporco di sangue. Esige le scuse dei due teppisti, che nel frattempo ridono, lo insultano nuovamente, e poi si dileguano.
La camerata mi confida di sentirsi in imbarazzo: non solo perché la scena l’ha profondamente turbata, ma anche perché la sua chiara appartenenza politica, dopo questo episodio, le ha creato non poco imbarazzo tra amici, parenti e sullo stesso luogo di lavoro. Quasi come se, nemmeno troppo implicitamente, le altre persone le volessero dire: “Vedi cosa fanno quelli che hanno le tue idee?”
Ora, voi sapete che noi utilizziamo spesso un linguaggio colorito, pesante e ben poco incline alla diplomazia e al compromesso. È una nostra caratteristica specifica, e quello che agli occhi degli altri è un difetto per noi è un titolo di merito. Sull’immigrazione, in particolare, siamo sempre stati molto chiari: difesa militare dei confini nazionali, blocco navale per impedire altri ingressi, rimpatrio immediato e forzato di tutti i clandestini presenti sul territorio nazionale e di coloro che rifiutano di dare le loro generalità. E quando qualcuno ci ha risposto, giustamente, che un atteggiamento del genere, allo stato attuale, non sarebbe attuale nemmeno in minima parte perché l’Italia ha firmato determinati accordi con l’Europa e ha preso determinati impegni, abbiamo risposto: “Rivediamo gli impegni e modifichiamo gli accordi, perché ne va della nostra sovranità nazionale”. Semplice.  
Probabilmente quel venditore ambulante non avrebbe dovuto essere qui, sul territorio italiano, perché sprovvisto di permesso di soggiorno; probabilmente non aveva alcuna licenza per vendere la merce che stava vendendo; probabilmente la stessa merce che stava vendendo era contraffatta, e quindi non poteva essere venduta. Di una cosa, però, siamo certi: nessuno dei nostri si sognerebbe mai di avere un atteggiamento del genere, deridere e umiliare una persona più povera ed indifesa di noi, trascinarlo per terra (tra l’altro col rischio di fargli sbattere la testa e trasformare il “gioco” di due coglioni in una vera e propria tragedia), minacciarlo e ridere vedendolo ferito e sporco di sangue.
Non chiamateli Fascisti: chiamateli coglioni.

venerdì 17 aprile 2015

I ridicoli deliri di Sua nullità

Certe cose si fa fatica persino a commentarle. Persino il sottoscritto, che qualche parola pronta la trova sempre, trova difficoltà davanti all’ennesima crociata idiota e puerile della Presidente della Camera, quella Laura Boldrini che dimostra sempre più instabilità mentale e che, anziché essere iscritta di prepotenza in un regime di trattamento sanitario obbligatorio, viene lasciata su uno degli scranni più importanti dell’Italia a ponitificare di questioni di lana caprina. 

Quale sconvolgente problema assilla la “nostra” Presidentessa della Camera? Il malessere sociale degli italiani? La disoccupazione che non lascia scampo, specie quella giovanile che è a quota 35/38%? L’invasione di massa che sta subendo l’Italia in questi ultimi anni e che rende sempre più problematica, se così si può dire, la convivenza tra gli immigrati di varie etnie che ammorbano l’Italia e noi altri cittadini? Niente di tutto questo. Quello che la Boldrini non riesce a mandare giù è la scritta “Mussolini Dvx” dell’obelisco datato 1932 che fa bella mostra di se al Foro Italico di Roma. Quella scritta, alla Presidentessa, proprio non va giù. Dopo aver affermato che i partigiani sono di casa all’interno del Parlamento Italiano – e nessuno concorda meglio di noi, perché non c’è nessuno che meglio dei partigiani riesce a rappresentare la condizione di infamia, di tradimento, di disonore e di vigliaccheria che governa l’Italia antifascista da settant’anni a questa parte – Miss 2% veste i panni della talebana, ponendosi, né più né meno, sullo stesso piano dei talebani o dei guerriglieri dell’ISIS. Come questi ultimi hanno completamente distrutto le statue di Mosul e di Ninive, incapaci, nella loro violenta ignoranza, di comprendere quella cultura e quindi desiderosi di distruggerla e annientarla, allo stesso modo questa nullità fatta donna cerca di nascondere le malefatte e la inutile vanagloria di questa classe di massoni usurai – che ci governa grazie all’invasione dei fucili americani – distruggendo la memoria di chi, invece, questa Italia è riuscita a farla davvero. 

Si accomodi, Presidentessa. Già che ci siamo potremmo radere al suolo tutto il quartiere dell’EUR, disintegrare Carbonia e Latina affinché possa tornare a proliferare la malaria e gli acquitrini, togliere le pensioni alle vedove di guerra e, già che ci siamo, anche abbattere l’intera pineta del Monte Giano. Che sarà anche patrimonio artistico tra i più belli e suggestivi d’Italia, ma quella scritta Dux, voluta dai Fascisti nel lontano 1932, proprio non si può vedere. 

Una differenza, però, tra i criminali dell’ISIS e la Presidentessa, c’è. I primi sono nostri nemici, e sono perfettamente riconoscibili. Sgozzano, uccidono, rapinano, stuprano: hanno il fucile, il passamontagna, e a sparargli addosso, ipotizziamo, si potrebbe provare pure un certo piacere. Laura Boldrini, viceversa, è più subdola. Ammantata del mantello delle belle parole e delle buone intenzioni che coprono l’impeccabile tailleur e la messa in piega sempre perfetta, in realtà nasconde le tipiche caratteristiche degli antifascisti, e di quelli di sinistra in particolare: un odio disumano, ferale, innaturale e mostruoso nei confronti dell’avversario politico e specialmente nei confronti di chi, contrariamente a lei e a quella genia di traditori e di indegni vigliacchi che si sente orgogliosamente di rappresentare, questo nostro Paese è riuscito a farlo grande davvero. 

Non c’è nemmeno da arrabbiarsi granché. Tolga pure tutti gli obelischi che vuole, Presidentessa: che le piaccia o no, il Fascismo è come una palla in mezzo al mare. Si può pure tentare di farla rimanere sott’acqua, vincendo col proprio peso la forza dell’acqua: ma appena ci si distrae ecco che la palla, prepotente e invincibile, ritorna a galla. Il Fascismo è esattamente questo, Presidentessa. Vi potete pure sforzare di eliminarlo, cancellarlo, dannarlo all’oblio eterno: è il segno più tangibile che, sgherri partigiani e invasori apolidi a parte, non l’avete ancora sconfitto. E non saranno certamente i suoi deliri da nullità quale Lei è a farci dimenticare chi questo Paese lo ha reso davvero grande.

martedì 10 marzo 2015

Ci vediamo dall'altra parte, amico mio

È con la morte nel cuore, e con profondissimo dispiacere, che comunichiamo che il camerata Rino è andato avanti. Ci associamo al dolore della famiglia e degli amici.
 
Non abbiamo perso solamente un webmaster, un amico, un camerata e uno storico membro del nostro Movimento. Abbiamo perso chi, con la sua passione, la sua energia, la sua abnegazione, ha messo in pratica l’Idea costantemente, giorno dopo giorno, in ogni ora, in ogni momento. 
 
Anche nell’ultimo periodo Rino ha continuato accanitamente la sua personale lotta contro il male che lo stava consumando, pur consapevole che, stavolta, non sarebbe riuscito a vincerlo. Ma la battaglia diventava ideale prima, spirituale poi, e solo in un secondo momento più propriamente fisica.
Rino è vissuto, ha agito ed è andato avanti da Fascista.
Continuerai a marciare con noi, amico mio. Ora continueremo a combattere anche per te, che ci guardi e ci proteggi da lassù.
Perché la materia è vile, suscettibile all’assalto del tempo, ma lo spirito no. E il tuo spirito lotta e combatte ancora con Noi.
Ci vediamo dall’altra parte, amico mio.”

martedì 17 febbraio 2015

No. Non mi sento in colpa



Scusatemi. Ci ho provato. Mi sono seduto, ho ascoltato, ho pensato e riflettuto. Ho provato pena per 300 immigrati morti mentre cercavano di raggiungere le nostre coste ma no, non ho provato alcun senso di colpa. Non mi sono vergognato maggiormente di essere italiano rispetto a quanto non faccia ogni giorno vedendo la mia Patria comandata da una accozzaglia di criminali, mafiosi e massoni. Non riesco a cospargermi il capo di cenere, non sento il bisogno di scusarmi a nome dei miei connazionali la cui pazienza e tolleranza, semmai, ha da tempo superato i confini della più squallida e stupida apatia.

No, non mi vergogno di essere italiano. Non ho causato io la morte di 300 miserabili, così come non ho causato la morte di coloro che li hanno preceduti, così come non sarò io la causa di coloro che verranno se non verrà fermata l’invasione delle nostre coste.

No, non mi sento nemmeno in colpa quando non riesco a chiamarli “viaggi della speranza”, che rievocano anime candide in cerca di una speranza e di un futuro migliore. Li vedo e li chiamo per quello che sono: una vera e propria invasione di massa della nostra penisola da parte di gente che con noi non ha nulla a che spartire né vuole in alcun modo averlo, perché tenacemente ancorata alle loro tradizioni, usi e costumi, giusti o sbagliati che siano.

Io non mi sento in colpa e ho guardato le mie mani: non sono sporche di sangue. Non ho commesso alcun peccato. Perché non ho favorito io Mare Nostrum prima, e Triton dopo, favorendo arrivi di massa di persone non desiderate, non necessarie, non richieste, i quali, necessariamente, si traducono, in una certa parte, in naufragi e conseguentemente disgrazie. Non ho avuto alcun ruolo nel descrivere l’Italia come un Paese del Bengodi, dove chiunque avrebbe potuto trovare ospitalità e accoglienza. Non sono stato io che ho violentato la Marina Militare – organo che, tradizionalmente, presiede alla guardia delle nostre coste e quindi al mantenimento della nostra sovranità nazionale – costringendola a trasformarsi in uno scafista di Stato. E, facendo questo, non sono stato nemmeno così coglione da mandarla allo sbaraglio senza nemmeno qualche mitragliatrice, il tanto giusto per fronteggiare criminali scafisti che ormai possono pure togliersi la soddisfazione di mandare il barcone con gli immigrati alla deriva, per venirselo poi a riprendere puntando le armi sotto il naso di quelli che un tempo erano orgogliosi soldati.

La Kyenge, la Boldrini, i Vendola (a proposito: perché non va ad abbracciare i “fratelli rom” che ora promettono vendetta contro un onesto benzinaio che ha avuto il solo torto di impedire che un criminale straniero uccidesse un gioielliere e la sua commessa a colpi di kalashnikov?) la sinistra tutta: i veri assassini morali di queste persone siete voi. Voi che, non si sa per semplice stupidità o per vigliacca connivenza con l’idra massonica e mondialista che punta a smantellare ogni tradizione, ogni cultura, ogni barlume di identità e di appartenenza nazionale e/o spirituale, assecondate i loro disegni, anziché avere il coraggio di rimettere in discussione quelle politiche criminali che i vistri (in)degni "eroi" partigiani ai quali tanto vi piace essere accostati hanno favorito e assecondato col tradimento e con l'infamia, diversi decenni orsono. 

Non cercate di farmi sentire in colpa col vostro monopolio delle belle parole e dei buoni sentimenti: non ho alcuna colpa e non mi sento in colpa. Fatevene una ragione. I colpevoli, qui, siete solo e unicamente voi.

martedì 10 febbraio 2015

Noi non dimentichiamo

No, io non dimentico. Non dimentico le donne violentate, gli anziani martirizzati, le une con gli altri gettati vivi negli abissi carsici. Non dimentico i partigiani italiani che stilarono le liste di proscrizione, girando casa per casa. Non dimentico i comunisti italiani che accolsero gli esuli istriani e dalmati con insulti e pestaggi. Non dimentico i partigiani italiani che fucilano giovani sedicenni, colpevoli solo di aver combattuto l'invasore. Non dimentico un criminale di guerra, tal Pertini, che baciò, con le lacrime agli occhi, la bara di chi massacrò la mia gente. Non dimentico giornalisti e politici, che hanno taciuto e tacciono ancora l'olocausto della mia gente, questo si vero e dimostrabile, per non scomodare i loro innominabili padroni e la loro storiella inventata per renderci più schiavi.
Io non dimentico. E prima o poi troveremo il modo di farvela sacrosantemente pagare.

domenica 11 gennaio 2015

Ecco perché io non mi chiamo Charlie



Non si può non rimanere disgustati e sconvolti davanti alle drammatiche immagini e notizie che i media di tutto il mondo stanno diffondendo da tre giorni a questa parte: tre terroristi assaltano la redazione di un giornale satirico parigino, uccidendo dodici persone, tra i quali un agente che interviene da un comando di polizia nei pressi della redazione del Charlie Hebdo; la stessa vittima che, nel filmato ormai divenuto di pubblico dominio in tutto il mondo, vediamo freddata a sangue freddo dagli spietati assassini mentre chiede pietà.

Fin da subito si sono rincorse, specialmente su internet, tesi miranti a far apparire come una montatura il filmato diventato ormai un punto fisso delle varie redazioni giornalistiche e della rete. Noi non sappiamo se l’attentato in questione altro non sia che una oscura macchinazione; non siamo esperti di armi o di rivelazioni balistiche: non sappiamo se quel tipo di arma abbia effettivamente quel rinculo, se faccia più o meno fumo, se dalla faccia di un uomo che viene freddato a sangue freddo con un’arma da assalto a pochi centimetri dal volto esca più o meno di quel sangue. Ma fa certamente pensare il fatto che dei terroristi che riescono ad eseguire, con spietata lucidità e freddezza, una azione di tipo paramilitare riuscendo poi a svanire nel nulla senza un graffio, ora siano ricercati dalle polizie di tutto il mondo – con tanto di identikit e foto segnaletiche –per il semplice fatto che uno di loro, guarda caso, ha provvidenzialmente dimenticato la propria carta di identità sull’autoveicolo utilizzato per la fuga. Ma di questo avremo tempo di parlare.

Ma il giusto ribrezzo e sdegno che una cosa del genere deve necessariamente suscitare in qualunque persona che voglia ritenersi anche solo lontanamente civile non deve assolutamente far dimenticare quali sono i giusti connotati di un problema, e di un pericolo, che va ben oltre la ritorsione armata per una vignetta satirica, fatto di per se gravissimo.

Cominciamo da un punto che ci sembra imprescindibile: la convivenza con popolazioni diversissime tra loro – come storicamente sono occidentali ed arabi – imposta forzatamente da un capitalismo selvaggio e senza regole al quale si è piegata una classe politica dal ventre molle, incapace di difendere la civiltà e i valori (che negli ultimi decenni sono stati quasi completamente azzerati, o almeno ridotti ad un mero aspetto folkloristico all’interno dell’american way of life successivo alla colonizzazione armata del nostro continente dal 1940 in poi) della propria gente, si rivela ogni giorno sempre più disastrosa o almeno estremamente difficile. La questione del velo islamico delle donne che girano nelle nostre città, il menu musulmano nelle mense scolastiche, la costruzione delle moschee e la predicazione dei dettami religiosi islamici al loro interno, la sopraffazione e l’umiliazione della dignità della donna, il presepe nelle scuole, il crocifisso nelle aule: sono tutti argomenti spesso causa di acceso dibattito tra le forze politiche e che costituiscono l’iceberg di un problema a nostro avviso ben più profondo. 

Spesso e volentieri la battaglia politica viene semplificata nella contrapposizione tra due schieramenti: da una parte la sinistra e i fanatici dell’immigrazione sempre e comunque (anche a costo di rischi sociali, culturali, economici e spirituali elevatissimi), per i quali il tanto fantomatico rispetto delle diversità e delle culture diverse altro non è, in fondo, se non il tentativo di amalgamarle tutte insieme in un unico calderone, nel nome di un relativismo culturale, etico, politico, e quindi nella più totale assimilazione a quello “stile di vita americano” cui in precedenza si è fatto cenno; dall’altro le destre, meglio sarebbe dire le nascenti estreme destre (in quanto le destre tradizionali tendono sempre più ad accorparsi in macroscopiche ed eterogenee realtà liberali e progressiste, come ad esempio il Partito Popolare Europeo, all’interno del quale confluiscono partiti tradizionalmente di destra ma che hanno oramai da tempo abbandonato le proprie storiche battaglie), che si ergono come baluardo in difesa della Tradizione. Verrebbe da chiedersi: di quale tradizione si tratterebbe? In una Europa oramai completamente imbastardita, e che ha perso da tempo quelli che erano stati i suoi riferimenti spirituali e morali per secoli, l’unico culto millenario che sembra resistere all’usura e all’assalto del tempo appare, neanche a dirlo, quello della Chiesa Cattolica. 

 Ma, a ben vedere, tale culto, almeno nella concreta e reale applicazione che nella vita economica, sociale e politica ne fanno coloro che si professano suoi aderenti, ha scarsa o inesistente applicazione. Si pensi al tanto osannato Papa Francesco, giusto per fare un primo esempio: mai si era avuto, all’interno di una istituzione plurimillenaria come la Chiesa Cattolica, un Papa capace di stravolgere – assecondando in realtà un corso già inaugurato dai suoi predecessori e contro il quale si era opposto, seppur nemmeno troppo ardentemente, Papa Ratzinger – in così poco tempo tutti quelli che un tempo erano i dettami fondamentali della Chiesa stessa, come l’apertura alle coppie di fatto, la comunione per i divorziati, l’accettazione delle coppie omosessuali («Chi sono io per giudicare?»), per non parlare di un generico buonismo, questo si frutto della tanto corrosa e decadente modernità, nei confronti dell’immigrazione clandestina, che ha visto quasi una sorta di “santificazione laica” dell’immigrato, paragonato addirittura a novello Gesù, spesso dimenticandosi della popolazione nativa del territorio, che le conseguenze dell’immigrazione, e del santo immigrato, le vive sulla propria pelle. Il tutto appare ancor più ipocrita, melenso ed intriso di un penoso e rivoltante politicamente corretto se pensiamo che è proprio lo Stato del Vaticano – lo stesso, cioè, che fin troppo spesso si permette di intervenire sulle politiche di difesa (già di per se inesistenti o estremamente blande) del territorio nazionale da parte di uno Stato sovrano quale è, almeno nominalmente, lo Stato Italiano – ad applicare proprio il reato di immigrazione clandestina, punito addirittura con il carcere. 

Pensiamo, giusto per fare un altro esempio, al normale cristiano o cattolico come lo abbiamo incontrato centinaia e centinaia di volte, magari come nostro parente, amico, conoscente o collega di lavoro: quanti dettami di questa religione vengono quotidianamente rispettati, come la morigeratezza nei costumi e nell’abbigliamento, o la castità sessuale, o più in generale le varie prescrizioni religiose che, in teoria, dovrebbero regolare la vita del cristiano praticante? 

Ci pare, pertanto, che, almeno nella sostanza, la Chiesa Cattolica, e conseguentemente la tanto decantata tradizione cristiana che spesso e volentieri le destre cercano di difendere, esista più sulla carta che non nella realtà, e sia più un inutile orpello di aderenza formale e “pubblica” di cui cittadini e politici si riempiono la bocca che non un reale sentire spirituale e una sentita esigenza interiore. 

Ciò nonostante, come scrivevamo più sopra, spesso e volentieri il dibattito pubblico è acceso dalla contrapposizione burqa si/burqa no, moschea si/moschea no, presepe si/presepe no. Chi si oppone alla costruzione di una moschea nel nome di una tutela della religione cristiana fatta propria dalla maggioranza degli italiani, come chi si oppone all’utilizzo del burqa nel nome del rispetto della dignità della donna, spesso e volentieri è in perfetta buona fede e pensa realmente e con profondo sentire di far effettivamente qualcosa di meritevole e di giusto per la propria Patria. Ma bisognerebbe chiedersi: siamo così sicuri che l’ennesimo centro commerciale o l’ennesimo Mc Donald’s aperto in centro città e che danneggia le piccole attività imprenditoriali, così come le ragazzine che si fanno possedere nei bagni delle discoteche e che spesso e volentieri sono vestite ai limiti della pubblica decenza, così come le ben 191 basi di occupazione americana presenti nel nostro territorio nazionale, siamo così sicuri, dicevo, che tutto ciò sia meno lesivo della cosiddetta tradizione italiana? Non sarà, piuttosto, che spesso e volentieri chi porta avanti queste battaglie, soprattutto tra le destre, è talmente invischiato nel “sistema” da non riuscire più a sentirne la puzza?

A parere di chi scrive, pertanto, il problema non è il musulmano in se e per sé. Se domani diventassi io stesso un musulmano rimarrei comunque il cittadino italiano che sono. Il problema riguarda, più generalmente, il mondo arabo. Ci è difficile accettare, per noi occidentali, per il quale non esiste nulla, nemmeno la religione, che non possa essere deriso, calunniato, diffamato, dileggiato, sbeffeggiato (tranne, ovviamente, l’unica vera religione mondiale e i suoi martiri, vale a dire il mito olocaustico e gli Ebrei, unico caso in cui, nella tollerante e democraticissima Europa dove oramai si sdoganano perfino le idee sulla pedofilia e l’incesto, vige ancora l’unico reato di opinione del mondo moderno, volto a cementificare definitivamente una realtà storica – quale quella sulla seconda guerra mondiale – la quale presenta, almeno per come ce l’hanno raccontata, ancora molte contraddizioni e lacune) che possa esistere ancora qualcuno, come i musulmani, che invece considera la religione islamica e i suoi dogmi come intoccabili e provi sincero rammarico quando questi vengono dileggiati. Ci è difficile accettare, per noi occidentali sempre pronti a seguire l’ultima moda del momento, l’automobile nuova e ancora più potente, il telefono cellulare di ultima generazione, che possa esistere chi, nel nome della propria Tradizione, rifiuta così ostinatamente di adeguarsi al mondo moderno che per noi occidentali, e solo per noi occidentali, sembra il migliore dei mondi possibili. 

Ecco quindi che l’apertura del Mc Donald’s non crea stupore: non gridiamo all’invasione americana, alla salvaguardia delle gastronomie locali, all’attentato contro la Tradizione. Anzi: assecondiamo il tutto con una voracità, un’isteria e una mancanza di senso del ridicolo che sarebbe stata semplicemente impensabile nell’Occidente di trecento o quattrocento anni fa. 

Qualche giorno fa a Sestu, cittadina vicino a Cagliari, ha aperto un nuovo Mc Drive: un Mc Donald’s, cioè, in cui le ordinazioni si fanno semplicemente sporgendosi dal finestrino dell’automobile, pagando la cifra dovuta, attendendo che l’operatore passi al cliente, sempre attraverso il vetro, quello che è stato poco prima ordinato, per poi andare via e consumare quello appena acquistato nell’abitacolo della propria auto. Niente di diverso, insomma, da tantissimi fast-food (portatori, già di per se stessi, di una concezione del cibo e del mangiare consumistica, sconsacrata dal suo vero valore e dalla sua originaria fruizione, ma che il capitalismo americano ha reso ormai elemento del paesaggio di tutte le città europee), primo fra tutti quello in via Bacaredda, sempre a Cagliari, conosciuto da anni e anni a tutti i sardi e a tutti i cagliaritani. Ebbene, tutta la cittadina di Sestu è stata letteralmente bloccata per due giorni da centinaia e centinaia di automobilisti ansiosi di provare il “nuovo” Mc Drive, consumare cibo scadente e addirittura dannoso al fisico, vedere di persona questa nuova entusiasmante creazione della catena americana. Con tanto di articolo sul più noto giornale sardo, l’Unione Sarda, che rilasciava addirittura l’intervista ad una signora che portava i propri figlioletti a vedere il nuovo punto vendita della catena di ristorazione americana come se si trattasse di una normalissima gita al parco!

Eppure, in questa circostanza, a parte il sottoscritto non ho sentito nessuno, benché meno di destra o addirittura di estrema destra, lamentarsi per l’ennesimo atto di occupazione commerciale (e finanche culturale) e danno dei nostri commercianti, della nostra economia e della nostra gente, ormai completamente rincoglionita in massa. Cosa sarebbe accaduto, invece, se si fosse trattato di una moschea? Qualche decina, a dir bene forse qualche centinaio, di persone che avrebbero protestato in difesa della tradizione “giudaico-cristiana”, per poi essere prontamente smentiti dal loro nuovo Papa, di mente così aperta e così sensibile al dialogo inter-religioso!

Siamo sicuri che l’apertura di un Mc Donald’s, di un centro commerciale, o la permanenza di una potenza straniera sul nostro territorio (le 191 basi di occupazione americana di cui si è scritto in precedenza) siano meno dannosi della costruzione di una moschea, o del menu islamico nelle scuole? Non sarà, piuttosto, che alle prime siamo abituati mentre alle seconde, invece, no? Non sarà che, come custodi e garanti della Tradizione come molti di noi si autodefiniscono, dovremmo magari imparare qualcosa dai musulmani, così tenacemente attaccati alle proprie, di tradizioni (non a quelle americane!), così orgogliosamente e testardamente inadatti a questo mondo moderno dove le quattordicenni scopano nei bagni e le mamme portano i figlioletti a vedere la nuova apertura del Mc Drive?

Allora, anche in ore così concitate come queste, in cui il nostro animo freme e la nostra indignazione si rafforza sempre di più, dobbiamo essere pronti a lottare contro il nemico, ma che deve essere il vero nemico! Questi assassini criminali e terroristi, ad esempio!

Quanti di voi sanno, per esempio, che i fratelli Kouachi – entrati in Francia grazie a quelle dissennate politiche sull’immigrazione che ormai costituiscono il leit motiv dell’Europa e che molti di coloro che oggi si strappano i capelli e si indignano hanno contribuito a creare con le loro idee buoniste e politicamente corrette – hanno avuto modo di addestrarsi in Siria, in quelle milizie che combattono contro il legittimo Presidente siriano, Bashar Al Assad, milizie finanziate e sostenute dagli Stati Uniti d’America?
 
A questo ci hanno portato la società multirazziale e la cieca sudditanza verso le politiche idiote e criminali degli USA e della stupida Europa che è andata loro dietro: al fatto che persone completamente diverse da noi, che non accettano di essere come noi, che mai saranno e vorranno essere come noi, che orgogliosamente e tenacemente rivendicano altri valori da quelli demenziali che noi invece abbiamo fatto nostri, entrano nei nostri paesi, sostenute, rifocillate, aiutate, per non esitare a massacrarci a sangue freddo se osiamo ridere di una vignetta che a loro, invece, non fa ridere per niente. 

E ora, come da copione, tutti si strappano i capelli, si indignano, protestano, si ergono a difensori della libertà di espressione, senza capire che sono proprio loro che, con le loro idee, l’hanno affossata, la libertà di espressione. Perché è libertà di espressione fino a che si dicono le cose che fanno piacere a loro.

Rimaniamo in Francia. Quanti di voi hanno sentito parlare di Diedounnè M’bala M’bala? È un comico e attivista politico francese di origine camerunense. Negli ultimi anni, contro questo politico, si sono mobilitati tutti gli intellettuali di sinistra francesi, la comunità ebraica francese, arrivando perfino a scomodare il Ministero dell’Interno per far si che venissero proibiti i suoi spettacoli. Cosa che, in un certo senso, è accaduta, poiché, sulla scia della fortissima e criminalizzatrice campagna mediatica che è stata condotta contro questo comico prestato alla protesta civile (una sorta di Beppe Grillo alla francese) Diedounnè ha faticato persino a trovare teatri che volessero ospitarlo. Recarsi ai suoi spettacoli, ad un certo punto, è diventata una scelta di coraggio. Secondo i suoi detrattori, e la comunità ebraica francese in primis (attiva, come quella italiana, sul fronte della repressione delle idee politicamente scorrette), Diedounnè sarebbe un antisemita. Cosa avrebbe mai fatto per meritare un simile e diffamante appellativo? Mettere qualche bomba in una sinagoga? Organizzare il pestaggio di qualche rabbino? Dipingere qualche swastika sui muri di Parigi? Niente di tutto questo. Il comico Diedounnè si è limitato a fare semplicemente… il comico. Si. Come comico ha solo rivendicato il diritto – quello stesso diritto che ora si rivendica tra le lacrime e la rabbia dopo la strage di Parigi – di fare satira con tutti e di tutti. Anche di quella categoria che solitamente, e in Europa in special modo, gode di una protezione speciale: gli Ebrei. Che per Diedounnè diventano, né più né meno, bersaglio di critica e di satira allo stesso modo di come lo diventano i musulmani, i cristiani, gli scozzesi e gli italiani. 

Ancora: dove erano i prodi ed eroici difensori della libertà di espressione, che oggi “twittano” di chiamarsi tutti Charlie e che partecipano a solenni manifestazioni pubbliche, quando uno stimatissimo docente universitario di nome Robert Faurisson venica pestato a sangue in strada perché colpevole solamente divare osato tenere delle conferenze sulla seconda guerra mondiale, arrivando a conclusioni diverse da quelle tipiche della vulgata ufficiale?

Dove erano i prodi difensori della morale democratica quando una libreria spagnola (quella di Pedro Varela), colpevole solo di avere libri di testo di cultura alternativa, veniva assaltata, incendiata e poi infine chiusa dalle autorità?

Dove erano, questi eroici paladini delle nostre libertà (tra l’altro: chi gli ha mai chiesto di difendere le nostre libertà?), quando in tutta Europa centinaia di persone, ragazzi, docenti o semplici cittadini, venivano arrestati per aver osato anche solo dubitare del dogma olocaustico ed essersi posti delle domande scomode?

Ve lo diciamo noi: insieme ai redattori del Charlie Hebdo erano in piazza, a raccogliere 178.000 firme per abolire – per legge – il Front National di Marine Le Pen, con tanto di foto sulla rivista con il pugno chiuso. Evidentemente anche in Francia esistono dei coglioni che credono che i partiti e i movimenti politici si possano chiudere a furor di popolo, come nei radiosi anni della rivoluzione sovietica tanto cara a questi orfanelli di papà Stalin, solo perché portatori di idee che contraddicono le loro. 

Ecco dove erano, questi prodi difensori della morale democratica! Che, evidentemente, è democratica solo quando si adatta solo a ciò che pensano e dicono loro! Perché per i redattori e i lettori (nonché coglioni di sinistra, non dimentichiamolo) del Charlie Hebdo, evidentemente, è democrazia insultare milioni e milioni di credenti con vignette raffiguranti Dio che si lascia sodomizzare da Gesù o Maometto che si fa sodomizzare da un cane – perché questa è l’idea di democrazia e di satira di questa gente – ma è crudele violenza aprire una libreria, leggere un libro in silenzio in una piazza (mentre tutti i no global, gli anarchici e i comunisti che tutto intorno ti picchiano, ti insultano e ti sputano quella no, non è violenza!) o dichiararsi contrari alla famiglia naturale. Questa è la loro idea di democrazia e di satira!

Prima che dai terroristi, dagli assassini, dai criminali, questo continente va difeso da voi. Da voi che siete per la libertà di opinione e di critica, basta che le opinioni siano le vostre e che non veniate criticati voi; da voi che siete per l’accoglienza indiscriminata, anche se questo danneggia la vostra stessa Patria e la vostra stessa gente; da voi, che vi siete dimenticati del vostro vicino in difficoltà per favorire uno straniero invasore che con voi non ha nulla a che spartire e che nemmeno vuole averlo; da voi, che avete insultato milioni di cristiani e di italiani come violenti, intolleranti, bigotti e xenofobi – quando l’unica violenza commessa è stata quella di fare qualche messa di riparazione o leggere in piazza un libro nel più assoluto silenzio, o esprimere la propria opinione su qualche sito internet - per poi stracciarvi le vesti quando i cagnetti che avete tanto difeso e coccolato vi mordono la mano.

Paghiamo decenni di servilismo americano come sgherri dei più grandi criminali ed assassini della terra; paghiamo politiche lassiste, che hanno permesso l’invasione del nostro continente da parte di criminali e parassiti di vario genere; paghiamo il dominio culturale di una sinistra che ha criminalmente disintegrato tutte le fondamenta della società occidentali così come è stata intesa per secoli.

Mettetevelo bene in testa e fatevene una ragione: prima che dai terroristi, dagli assassini, dai fanatici islamici, questa Europa va difesa da voi.