giovedì 17 agosto 2017

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

Se qualche giorno fa, nel contestare una certa attitudine alla mistificazione della realtà abbondantemente mostrata, specie negli ultimi tempi, dal giornalismo italiano, riprendevo con ironia il titolo di un celebre film, oggi, di contro, mi trovo a riflettere -per quanto amaramente- sulle atmosfere fiabesche evocate da Lewis Carroll ne “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”.
Vi chiederete il perché di questa ardita citazione, e spiegarlo è davvero semplice.
Si usa dire che Alice nel paese delle meraviglie sia un capolavoro del nonsense e nulla è più calzante del concetto di nonsense per riassumere i toni di quanto mi pare di poter tranquillamente inferire da alcune recenti esternazioni di Enrico Mentana.
Certo, immagino non debba essere semplice trovarsi al suo posto, di questi tempi: vedere sciogliersi ogni giorno di più, come neve sotto il sole d'agosto, le sue ostentate certezze sulla bontà e la trasparenza dell'operato delle ONG, deve essere stato davvero un duro colpo.
Vedere un numero sempre maggiore di persone ed ONG indagate per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, laddove il solito Mentana era notoriamente in prima linea, fino al giorno prima, nel conferire patente d'ignoranza e complottismo a chiunque osasse sollevare dubbi sull'operato delle medesime, deve (o almeno dovrebbe) evidentemente indurre a qualche seria riflessione.

Ma il “nostro” Mentana sembra aver preferito glissare su tali (opportune) riflessioni, finendo per rimandare l'immagine di un giornalismo improntato alla faciloneria nonché ad una estrema fiducia in una presunta “memoria corta” dei lettori, con un intuibile risultato tragicomico, al pari di numeri da circo ove il buffo funambulo passeggia senza rete a dieci metri dal suolo ma, cadendo da sprovveduto quale è, non paga la sua imprudenza sulla propria pelle, bensì resta illeso perché a parargli il colpo c’è il povero fesso di turno, rappresentato purtroppo, in questo caso, dal popolo italiano tutto.
Peccato: in un'Italietta in cui nessuno sembra mai voler ammettere i propri errori, il fatto che un giornalista con un certo seguito facesse doverosamente pubblica ammenda (se non altro per il fatto di avere, per mesi, risposto in termini spesso offensivi ed inopportuni a chiunque non concordasse con lui) sarebbe stato,forse, un esempio per tanti.
Tuttavia, prendiamo altrettanto doverosamente atto del fatto che, a quanto si deve a questo punto constatare, la tendenza non sia questa e che dopo aver preso qualche clamoroso granchio, la cosa migliore per far dimenticare a tutti al più presto la figura barbina rimediata, sia semplicemente cambiare argomento.

E tra gli argomenti con i quali gettare fumo sugli occhi agli astanti nella maniera più rapida ed efficace possibile, indovinate un po' quali figurano?
La risposta ad una simile domanda è ormai diventata talmente ovvia da poter essere taciuta: ed infatti tacerei, se non fosse per il fatto che, nel passare dalla difesa a spada tratta delle ONG alla ormai trita e ritrita manfrina pseudostorica sul nazifascismo (citato per giunta, come vedremo, in contesti del tutto inopportuni) al buon Enrico pare siano sfuggiti una serie di elementi dei quali io ritengo, invece, che i lettori debbano essere messi a conoscenza.
Se nel celebre romanzo di Carroll il Gatto poteva affermare, rivolto ad Alice, che “se cammini abbastanza, da qualche parte arriverai di sicuro”, io devo prendere atto di non essere del tutto in grado di comprendere dove Enrico Mentana voglia, esattamente, arrivare.

Non bastava una sua esternazione risalente all'ultima decade di Luglio nella quale aveva il cattivo gusto di accostare il revisionismo del “mai avvenuto olocausto”, per citare la chiara e concisa espressione utilizzata dal mio Segretario Nazionale Carlo Gariglio, alla negazione dello sbarco sulla luna e similari, non bastava evidentemente mettere fenomeni ed opinioni del tutto differenti in un medesimo calderone (liquidato genericamente come “cospirazionismo”, secondo quello che è evidentemente l'unico modulo argomentativo usato dal Mentana), perché c'è dell'altro.
Prima di passare all'altro, tuttavia, vorrei limitarmi a far presente al Sig. Mentana che il revisionismo storico non è “cospirazionismo” e non può essere liquidato come tale.
Non lo fanno gli storici sterminazionisti, i quali piuttosto da decenni si affannano a rigirare le carte in tavola per tenersi al passo con i ricercatori revisionisti, che spesso vengono altresì citati in opere di storici non revisionisti.

Tuttavia, se egli ritiene di poter fare una affermazione tanto perentoria e categorica, conferendo di fatto ed in maniera neanche troppo celata, come suo solito, patente di ignoranza, creduloneria e stupidità a chiunque la pensi diversamente da lui, vorrei invitarlo ad un pubblico dibattito sull'argomento: d'altro canto, posto che nessuno di noi due è uno storico, certamente si partirebbe ad armi pari, sulla base delle rispettive letture, o almeno vorrei augurarmelo.
Meglio, vorrei augurarglielo: perché se ho trovato di cattivo gusto il suo accostamento, troverei vieppiù di pessimo gusto l'eventualità che il caro Mentana, prima di provvedere ad una affermazione tanto apodittica, non avesse mai letto, a differenza della scrivente, un singolo testo revisionista, circostanza sulla quale, se non posso sciorinare alcuna certezza, mi sia perlomeno concesso di esprimere forti sospetti.
Bene, giacché io ritengo che prima di avere l'ardire di contestare qualcosa, per giunta in termini tanto categorici, la si debba quantomeno conoscere, mi aspetterei infatti, in un mondo ideale, che il signor Mentana conoscesse a menadito tutte le pubblicazioni revisionist
e: certa che la mia aspettativa sarà smentita, se non altro per una questione di cortesia, rinnovo comunque il mio invito di cui sopra.

Ma vi è un'altra e più recente perla di Mentana sulla quale mi pare valga la pena soffermarsi.
Dal momento che non vorrei aver frainteso nulla, mi permetto di riportare paro paro la sua affermazione, affinché i lettori possano da sé provvedere a verificare se ne danno la mia stessa interpretazione.

Ieri, nello stesso giorno in cui il TG5 dedicava la sua “copertina” alla bislacca teoria secondo la quale sarebbe la calura estiva a spingere al “neofascismo” (giuro: non sto inventando nulla, se non altro perché mai e poi mai potrei vantare una simile fantasia), esattamente alle ore 8:11, il Mentana, dal suo profilo Facebook, ci deliziava con la seguente esternazione:

“Se il capo della più grande democrazia occidentale mette sullo stesso piano razzisti e antirazzisti siamo ufficialmente entrati in un tempo buio. Se nel paese che ha determinato la sconfitta di Hitler agitare una bandiera nazista è un atto identitario accettabile per i sostenitori del presidente, vuol dire che i nostri valori sono per la prima volta a rischio.”
Il riferimento è rivolto, ovviamente, ai recenti fatti che si stanno svolgendo negli USA.
Ora, non vorrei infierire oltre il necessario facendo sommessamente notare che, si apprende già sui sussidiari di quinta elementare, ben più determinante degli USA sulle sorti della Seconda Guerra Mondiale fu con ogni probabilità la battaglia di Stalingrado (e, più genericamente, il fronte orientale, ove si registrò il maggior numero di perdite per la Wehrmacht), anche se alla "più grande democrazia occidentale" va certamente riconosciuto l'infelice status di unica nazione al mondo ad aver sganciato un'atomica su civili inermi, mi chiedo se il novello paladino della memoria a targhe alterne che s'indigna e s'agita alla vista di una bandiera nazionalsocialista, sia a conoscenza di alcuni semplici dati di fatto.
Non è questa, o perlomeno non oggi, la sede per entrare nel merito dei recenti fatti statunitensi, in quanto ne verrebbe fuori un articolo troppo lungo, ma non posso comunque non chiedermi se Mentana abbia visto alcune delle foto degli alfieri, a suo modo di vedere probabilmente, dell'antirazzismo che manifestavano “pacificamente” (con tanto di spranghe e volto coperto) contro chi si opponeva alla rimozione della statua del generale Lee.

Viste in quest'ottica, francamente, mi pare che le parole di Trump (sul quale ho sempre avuto un'opinione negativa, peggiorata e rinsaldatasi dopo il pretestuoso attacco alla Siria), tese -immagino- a condannare la violenza ex se, da chiunque promanante, siano improntate a nulla più che ad un elementare buon senso- quello che spesso manca al giornalismo italiano.
I “tempi bui”, i “valori a rischio” e gli altri spauracchi impudentemente agitati da Mentana, di per sé, non meriterebbero neanche un commento, tanto paiono intrisi di retorica di infima lega e luoghi comuni.

Ma qualcosa deve essergli invece necessariamente comunicata: Mentana, con la sua affermazione, sembra mostrare la convinzione, peraltro comune a molti, che gli USA abbiano combattuto la Seconda Guerra Mondiale in chiave antirazzista (perché proprio questo a me sembra di inferire, tra le tante castronerie, da quanto scrive).
Gli USA, benemeriti portatori di "democrazia" a buon mercato, avrebbero combattuto nientepopodimeno che contro il razzismo del Terzo Reich!
In realtà, per comprendere come ben altri siano stati i motori della Seconda Guerra Mondiale basterebbe leggere qualche libro, ad esempio "L'ordinamento economico nazionalsocialista" di René Dubail ma, perché no, se letto cum grano salis potrebbe rivelarsi molto utile anche "La colpa fu tutta tedesca? Storia delle responsabilità americane nello scoppio della seconda guerra mondiale", di Charles Austin Beard, uno dei più noti storici statunitensi del secolo scorso.
Oggi, giorno in cui ricorre il trentesimo anniversario della morte, o meglio, per chi preferisce utilizzare i termini più aderenti alla realtà dei fatti, dell'omicidio di Rudolf Hess, sarebbe tra l'altro un'occasione particolarmente propizia per cominciare ad interrogarsi.

Ma al di là delle cause della Seconda Guerra Mondiale mi sono chiesta se, nel parlare degli USA, della “più grande democrazia occidentale”, Mentana avesse davvero in mente gli stessi USA che conosco io, cioè quelli che hanno avuto leggi razziali (davvero tali, senza deroghe di sorta, a differenza di quelle italiane e tedesche, ma questo è già stato spiegato compiutamente da Carlo Gariglio in un suo articolo, al quale rimando: http://lavvocatodeldiavolo.biz/?p=47) fino agli '70 o quasi.
Infatti, forse Mentana non ne è a conoscenza, ma è certamente del 1967 una pronuncia della Corte Suprema che dichiarò incostituzionale una legge della Virginia nota come "Racial Integrity Act" (risalente al 1924 e dichiarata incostituzionale, appunto, nel 1967).
Parimenti, sono stati gli USA, “la più grande democrazia occidentale”, ad aver notoriamente attuato fino alla metà degli anni '80 una politica conciliante nei confronti dell'Apartheid in Sudafrica (anche quello non prevedeva nessun tipo di deroga).
E, volendo restare sulla falsariga del titolo “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, si potrebbe anche provare a spiegare al signor Enrico Mentana quale fosse la configurazione politica del Sudafrica, Stato certamente amico degli USA, fino al 1993: anche senza scomodare l'Apartheid, era previsto un Parlamento tricamerale configurato su basi meramente razziali.
La prima delle tre Camere era riservata ai bianchi, ed aveva i poteri più estesi, tra i quali l'elezione del Presidente della Repubblica, le altre due, con poteri decisamente inferiori, erano assegnate rispettivamente ad asiatici e meticci.
Nessuna rappresentanza politica era invece riservata all'etnia bantù, la quale pure, nelle aree urbanizzate, era la più numericamente consistente.
Dunque, se Mentana ritiene che gli USA o i suoi amici possano e/o debbano impartire lezioni di antirazzismo a chicchessia, temo sia proprio fuori strada.
Forse, il signor Mentana, farebbe meglio ad impiegare un po' del molto tempo che passa su Facebook a “blastare” (termine che, nella neolingua 2.0, dovrebbe significare qualcosa come “sbeffeggiare pubblicamente”) i poveri “Webeti” (altro termine in neolingua, stavolta coniato dallo stesso Mentana: non credo necessiti di spiegazioni) rei di non pensarla come lui, su qualche libro di Storia.
Anche revisionista, magari, così potrà certamente accettare il mio caloroso invito al dibattito.

Prima di congedarmi, mi preme tuttavia un'altra precisazione: al di là di ciò che si possa pensare in merito ai fatti di Charlottesville ed ancor più ai fatti all'origine del “casus belli” (personalmente, vorrei solo dire che l'abbattimento di statue e la sistematica cancellazione della Storia mi ricorda nulla più e nulla meno che alcune gesta dell'Isis), i “suprematisti bianchi” statunitensi, perlomeno nel loro nucleo centrale, sono antifascisti e antinazisti.
Penso che, d'altronde, la cosa sia ben chiara anche a livello meramente estetico dal cappuccio bianco (massonico) del Ku Klux Klan.

Davvero è concepibile che un opinionista che ha il potere di incidere in maniera forte sulla formazione della cosiddetta “opinione pubblica” non sia a conoscenza dei semplici fatti qui riportati (i quali, comunque, sarebbero facilmente appurabili da chiunque)?
A questo punto, più che nel mondo creato da Carroll, mi pare infatti di trovarmi in una nota fiaba di Andersen, “I vestiti nuovi dell'imperatore”: fiaba nella quale il sovrano, ingannato da due astuti truffatori che fingono di tessere abiti splendidi visibili soltanto ai più intelligenti, si ritrova a sfilare nudo per le vie delle città, senza che i più abbiano il coraggio di affermare l'ovvio.
Alla fine, solo un bimbo non riesce a trattenere una divertita esclamazione: “Il Re è nudo!”
Ma, pur di fronte alla voce della verità, anche a quel punto l'imperatore preferisce continuare tronfio la sua parata in mutande...

mercoledì 16 agosto 2017

Offese e minacce su Facebook: la Boldrini ha ragione, proprio perché non siamo come lei



A causa di ciò che sto per scrivere, probabilmente, anche qualcuno di voi penserà che io mi sia imborghesito; probabilmente anche io sono vittima della presunta mistificazione dei fatti che Laura Boldrini, con la collaborazione di Beppe Severgnini, che ha raccolto sommessamente il piagnucolio della nostra presidenta della Camera, ha attuato dalle pagine del Corriere della Sera. Se cambierò idea, comunque, ve lo farò sapere.

Di cosa sto parlando? È presto detto. Laura Boldrini ha affermato che da ora in poi procederà a querelare coloro che, sulla sua pagina Facebook e non solo, la offenderanno gravemente e violentemente. Ho letto i commenti incriminati e mi sono convinto che no, augurare ad una donna la morte per sfondamento anale o lo stupro di gruppo ad opera di una banda di nigeriani infoibati non è una legittima critica politica. Di critiche politiche, in questo senso, non se ne vedono affatto. 

Certamente, il personaggio riesce a tirare fuori il marcio che c’è in noi, ne prendo atto. Con l’aria da maestrina da Libro Cuore, la faccina sempre compunta in una smorfia di accidiosa tristezza (tranne che al passaggio della Folgore nella parata del 2 giugno: in quel caso la smorfia è di schifo malcelato), la Boldrini si è caratterizzata, agli occhi di una buona parte degli italiani, per battaglie imbecilli nel migliore dei casi, e per uno spocchioso atteggiamento anti-italiano (la sua costante, perversa e tenace opera in sostegno della “pulizia etnica dolce” che è in atto nel Nostro Paese con l’arrivo di massa dei fancazzisti sub sahariani che le piacciono così tanto).

Quasi imbucata dalla politica (il suo partito di riferimento, Sinistra Ecologia e Libertà, nelle ultime elezioni nazionali che ci sono state – parliamo quindi di qualche annetto fa, ha preso il 2% e nonostante tutto ce la ritroviamo a rappresentare la terza carica dello Stato), la ricordiamo per i suoi strali contro le pubblicità televisive in cui la mamma porta la colazione al marito e ai figli; per la sua battaglia contro la lingua italiana (fin dal suo insediamento ha voluto essere chiamata “Presidenta”, causando diverse sincopi e svenimenti all’Accademia della Crusca); le menate sul femminicidio in base ad una visione femminista che relega l’uomo sempre ed esclusivamente al rango di assassino, e la donna sempre e comunque nel ruolo di vittima; il suo tentativo di imbavagliare Facebook scrivendo a Zuckerberg di mettere a tacere le pagine fasciste o che in qualche modo si richiamavano al Fascismo; la sua lotta contro le fake news (un esempio di fake news? La sola di Repubblica relativamente al mai avvenuto salvataggio in mare della nave di Generazione Identitaria ad opera di una ONG, mai accaduto) che altro non erano se non un tentativo di catalizzare l’informazione, indirizzare e controllarla; la battaglia contro i simboli del Fascismo, primo fra tutti l’obelisco di Roma con la scritta “Dvx”, che l’hanno trasformata in una pericolosa imitatrice di quell’Isis che abbatteva le statue cristiane di Palmira; l’anti-militarismo sfacciato (la sua faccia al passaggio della Folgore è tutto un programma); la famosa frase in cui “i migranti sono portatori di uno stile di vita che presto sarà di tutti noi” (ci metteremo pure noi italiani, tra qualche anno, ad infibulare le nostre bambine o, al meglio, a cacare nelle piazze?); e, infine, quello per cui si è guadagnata l’ira di più: quel suo sostegno incondizionato, tenace, perverso e costante all’invasione migratoria che l’Italia subisce ogni giorno, ammantando la figura dell’immigrato di una componente quasi cristologica, messianica, redentrice, che ha fatto pensare ai più, me compreso, che in effetti la Presidenta non stesse tanto bene di testa.

Si, certamente la Boldrini ha fatto ben poco per accattivarsi la simpatia degli italiani. Inoltre, se gli dai pure degli ignoranti perché, in un sondaggio della Camera (quindi voluto e diretto dalla Boldrini stessa), il 65% di loro giudica gli immigrati non come una risorsa ma come un peso che andrebbe rispedito al mittente, ci metti pure del tuo per far girare le scatole al prossimo. Tutto vero, tutto giusto. 

La domanda, però, è questa: quale vantaggio abbiamo noi, che le idee della Boldrini e della sinistra radical shit le avversiamo profondamente (e che le abbiamo procurato pure un brutto mal di pancia quando ha saputo che a Mura, vicino Brescia, quattro di Fascismo e Libertà sono divenuti consiglieri comunali) nell’insultarla gratuitamente e violentemente, senza alcuno spirito propositivo e costruttivo? Le idee degli avversari non vanno solo combattute, ma anche confutate con altre idee. L’insulto gratuito mette una persona sempre e comunque dalla parte del torto, e noi specialmente.

“La Boldrini, però, tutte queste cose se le merita perché è antipatica, una imbucata della politica, una maestrina da Libro Cuore e una coccolanegri”: questa è la sintesi che leggo su molte bacheche di Facebook. Attenzione: questo modo di pensare è un’arma a doppio taglio. Perché se la Boldrini si merita che le si auguri lo stupro di gruppo allora noi Fascisti ci meritiamo da questo Stato di tutto e di più, come quando Fascismo e Libertà Sardegna perse una causa contro dei simpatici ragazzotti di Elmas che avevano pensato bene di vandalizzare materiale propagandistico regolarmente pagato e affisso e di vantarsene su Facebook: il giudice sentenziò che il nome del Movimento, “Fascismo e Libertà”, era un nome “provocatorio”, e pertanto la reazione dei cittadini, che si erano trovati davanti a quel nome e a quei simboli, era stata legittima. Tradotto: siete Fascisti, quindi contro di voi la legge non vale. A suo tempo ci eravamo indignati e la cosa, ovviamente, non ci aveva fatto per nulla piacere: in uno Stato di diritto, pensammo, le regole dovrebbero valere per tutti, anche per un Movimento che, per quanto provocatorio possa essere, è legalmente riconosciuto e svolge la propria attività politica nel rispetto delle regole che seguono tutti gli altri movimenti e partiti. Perché ciò dovrebbe valere per noi, e non per gli altri?

Non invochiamo censure e bavagli per gli avversari politici (cosa che la Boldrini ha fatto spesso e volentieri), non desideriamo metterli a tacere con le maniere forti, perché ci riteniamo perfettamente in grado di vincerli con la forza delle nostre idee, e rivendichiamo il diritto di chiunque senza essere insultato o minacciato fisicamente. Questo vale anche per Laura Boldrini. Proprio perché noi non siamo come lei.

venerdì 11 agosto 2017

Mentana, La Stampa, Repubblica: l'ennesima figura di m***a



A sinistra stanno vivendo tempi duri, durissimi. La favoletta sul povero migrante buono e desideroso di integrarsi che è stata propagandata per anni comincia a reggere sempre meno in una fetta della popolazione italiana sempre crescente; anche la storiella delle ONG disinteressate e buone e umanitarie che vanno ad aiutare i poveri migranti si è rivelata per quello che è: uno squallido traffico di esseri umani con le organizzazioni non governative che hanno collaborato più o meno esplicitamente con gli scafisti libici per riempire l’Italia di clandestini. 

Eppure, a sinistra sono talmente abituati a sparare balle (lo fanno almeno dal 1945 senza soluzione di continuità) che a volte non verificano nemmeno le notizie, finendo per fare figura barbine.

Di cosa parliamo? Del presunto salvataggio che la Sea-Eye, nave dell’omonima ONG tedesca che anch’essa, come tutte le altre, lucra sul traffico dei parassiti africani, avrebbe compiuto nei confronti della C-Star, la nave di Defend Europe, appartenente al Movimento Politico Generazione Identitaria (costituito da giovani provenienti da diversi paesi europei, tra i quali anche l’Italia) che ha come scopo quello di collaborare con la Marina Libica per impedire ulteriormente il traffico di esseri umani che è quotidianamente sotto gli occhi di tutti. La Stampa titola baldanzosamente: “La nave anti-migranti in avaria: soccorsa da una ONG”; “In avaria la nave nera”, si masturbava La Repubblica. Perfino il mitico Mentana, dal suo profilo Facebook, sfotteva con un “Le vie del Signore sono infinite”. Il velato senso è che i cattivi razzisti di Defend Europe, alla fine, sono stati soccorsi proprio da quelle stesse ONG di cui volevano, in qualche modo, limitare l’attività.


Peccato che sia tutta una gigantesca bufala. È stato lo stesso equipaggio della C-Star, insieme al Presidente della stessa Sea Eye, Michael Buscheuer, a specificare che la nave ha avuto un lieve problema durante la notte e che, come specificato dal codice internazionale di navigazione, la situazione è stata specificata alle navi della zona.

Quelli di Repubblica e nasoni affini, però, forse credendo ancora di essere nel 1956, quando non esisteva ancora internet e Palmiro Togliatti poteva rientrare in Italia dall’Unione Sovietica per magnificare i miracoli del comunismo russo laddove aveva visto solo desolazione e morte, non si sono nemmeno premurati di verificare la notizia – era troppo bello che i cattivissimi estremisti di destra venissero soccorsi dalle ONG pro-clandestini! – facendo ciò che sono soliti fare meglio: una colossale figura di m***a.

mercoledì 9 agosto 2017

Non lasciano in pace nemmeno i morti (di Marcinelle e non solo)



Non hanno più alcun controllo: l’isteria di vedere che il loro castello di menzogne si sgretola un pezzo alla volta (le collaborazioni sempre più acclarate tra ONG e scafisti, l’immagine del bravo immigrato volenteroso di integrarsi che sempre più italiani sperimentano sulla loro pelle essere fasulla), unita ad una clamorosa faccia di tolla, partorisce dei mostri. Ed ecco che Mattarella e la Boldrini, alfieri del politicamente corretto e del buonismo radical chic a buon mercato, partoriscono l’ennesimo mostro.

Nell’anniversario della tragedia di Marcinelle, la località belga in cui, 136 anni fa, persero la vita decine e decine di nostri connazionali che lavoravano in miniera, Mattarella proclama: “Un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi  e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea”. La mummia dei discorsi scontati e banali al punto da diventare quasi imbarazzanti ha parlato, ma bene avrebbe fatto a rimanere chiusa nel suo sarcofago. A dargli manforte la terza carica dello Stato, che ha la brillante idea di paragonare gli immigrati di Marcinelle ai parassiti che quotidianamente sbarcano sulle nostre coste, grazie alla collaborazione tra ONG e scafisti, tanto che ormai si fa fatica a ricononscere chi sia l’uno e chi sia l’altro. 

Peccato che alla mummia e all’anti-italiana sfuggano dei particolari che ci permettiamo di ricordar loro. 

Innanzitutto gli italiani emigrati in Belgio erano europei che emigravano in un’altra Nazione europea: usanze diverse, lingua diverse, ma un humus comune, quello europeo, comunque c’era. È una bella differenza con i parassiti africani che nulla hanno in comune con noi, né per lingua, né per civiltà, né per sangue, e che si configurano come estranei, se non come nemici.

Gli italiani emigrati in Belgio, inoltre, erano lì per lavorare, lo facevano duramente (anche per venti ore al giorno: una bella differenza rispetto ai clandestini che bivaccano tra un caffè e l’altro alla ricerca del wi-fi gratuito), con grande dignità, senza pretendere nulla da nessuno. Di certo non venivano prelevati da scafisti spacciati per associazioni umanitarie, non cazzeggiavano in giro per la città, non gettavano per terra i piatti di cibo che gli venivano offerti dicendo che poco si addicevano con la loro cultura (anche perché nessuno gli offriva piatti di cibo).

In una Nazione seria le massime istituzioni dello Stato avrebbero rispetto dei morti, senza pretendere di riesumarli dalle loro tombe per difendere ciò che ogni giorno che passa si configura come indifendibile. Ma chiedere rispetto per i morti a Laura Boldrini, la stessa che si indignava per dei ragazzi che omaggiavano con un saluto romano i caduti della RSI dentro il cimitero di Campo Maggiore di Milano, è evidentemente chiedere troppo.

martedì 8 agosto 2017

Grosso guaio a Charlatown

Vorrei esordire porgendo le mie più sincere scuse a John Carpenter, in quanto mi permetto di titolare questo scritto ispirandomi liberamente al suo celeberrimo film "Grosso guaio a Chinatown", ma l'occasione era troppo ghiotta per resistere e quando, di recente, mi sono mio malgrado trovata a riflettere su quanto sta accadendo, da qualche tempo a questa parte, in alcuni mass-media "di regime", uno strano paragone ha cominciato a far capolino nella mia mente.

Colgo l'occasione della lettura di alcuni recenti articoli giornalistici aventi a tema il "Fascismo" per fare qualche riflessione su questo mondo tanto bizzarro e pericoloso.
Con "mondo tanto bizzarro quanto pericoloso" non mi riferisco, ovviamente, a quello del Fascismo, ma a quello della pseudocultura divulgativa ideologizzata all'Italiana che ha l'ardire di definirsi "giornalismo", laddove il termine “giornalista” ha oramai evidentemente assunto rango d'insulto.
Tali sedicenti giornalisti e scribacchini asserviti, qualche volta hanno una laurea, magari anche un master, più spesso sono personaggi senza arte né parte, talvolta con una spiccata tendenza al delirio paranoide.
Lungi da me, tuttavia, giudicare sulla base del possesso o meno di titoli: disquisire dei titoli di questi signori, infatti, al di là di ogni retorica, è perfettamente inutile, perché, muovano dall'alto di un master o del terzo anno d'asilo, diffondono proprio le medesime corbellerie.
D'altronde, sono trascorsi secoli da quanto De Montaigne acutamente scriveva che "c'è un'ignoranza degli analfabeti e un'ignoranza dei dottori": purtroppo non ebbe l'acume per notare quanto spesso queste due forme di ignoranza coincidano.

Ma andiamo con ordine.
Negli ultimi due mesi, non sarà certamente sfuggito, a quanti seguono i notiziari e la carta stampata, il susseguirsi a tambur battente di notizie, spesso ai limiti del grottesco per titoli e contenuti, aventi a tema un paventato e non meglio definito “pericolo fascista”: dico “non meglio definito” perché, per quanto ci si sforzi, al di là degli esilaranti titoloni, evidentemente tesi a coprire una totale assenza di contenuti, comprendere gli esatti contorni nonché l'interesse pubblico rivestito dalle “notizie” in disamina è praticamente impossibile.
Addirittura, si apprende che in quel di Vicenza è stato organizzato nientemeno che il “Quinto Torneo delle Squadracce”!
Capite, cari lettori, di quali grossi problemi si affanna a renderci edotti il giornalismo nostrano?
Ora, al di là della involontaria comicità di giornalisti che, nel riferirci questa eclatante notizia, certamente di enorme importanza, dimenticano di parlare di disoccupazione, immigrazione clandestina selvaggia insostenibile, generale e graduale smantellamento dello stato sociale a detrimento dei cittadini tutti e via dicendo, ai lettori più attenti non potrà non sorgere un dubbio: se si parla di “quinto” torneo, infatti, è del tutto lecito ritenere che un simile torneo si sia svolto, senza polemiche di sorta, anche nei precedenti quatttro anni.
Dunque, cui prodest tutto ciò?
Perché queste notizie vengono diffuse solo ora ed a cadenza quotidiana?

I più maliziosi potrebbero pensare che si tratti di una astuta tecnica di comunicazione avente principalmente due scopi: da un lato, quello di distogliere l'attenzione dai problemi reali del nostro Paese dei quali, duole constatarlo, è ormai chiaro che non interessi nulla a nessuno; dall'altro, quello di esercitare una indebita pressione sulla coscienza dell'opinione pubblica al fine di spingere la stessa, attraverso martellanti suggestioni mediatiche, a temere uno spauracchio evanescente e dai contorni non chiari, al quale si dà il nome di “Fascismo”, termine ridotto, tuttavia, ad un vuoto contenitore nel quale inserire i contenuti più disparati: qualsiasi cosa, purché utile a solleticare la pruderie dei lettori ed ingenerare timore nel popolo.
Fiano, Boldrini e compagnia cantante ne saranno ben felici, in quanto un popolo artatamente disinformato ed impaurito è un popolo che più facilmente accetta qualsivoglia stretta repressiva ai danni di quanti possano avere la sventura di pensarla diversamente rispetto ai personaggi citati.
In attesa che la legislatura volga al termine e tali personaggi tornino in quel nulla cosmico dal quale sono arrivati (sono troppo ottimista per poter pensare che qualcuno possa nuovamente dare loro il proprio voto), in ogni caso, si deve constatare come il giornalismo nostrano si affanni con ogni mezzo a perorare le loro battaglie degne di miglior causa.

Nel fare ciò, buona parte del giornalismo italiano ha invece dimenticato di darci notizia delle condanne per stupro, passate in sordina, in capo ad alcuni antifascisti del centro sociale Raf, la rete antifascista di Parma: non si sono visti, in questa circostanza, molti scribacchini intenti a stracciarsi le vesti, impegnati com'erano a tuonare contro il Torneo delle Squadracce e similari.

Ad ammorbare ulteriormente le coscienze, ci si mette anche una crescente e mirata disinformazione storica, evidentemente tesa a riportare all'ovile qualsiasi “pecorella smarrita” che abbia avuto il buon senso di cominciare a porsi qualche domanda.
Così, interviene nientemeno che Vice Italia che tenta inopinatamente di spiegare alla massa di “analfabeti funzionali” (per chi non lo sapesse, “analfabeta funzionale” è il nuovo concetto in voga presso sinistri e radical chic per indicare chiunque non la pensi come loro) che il Fascismo, per lo stato sociale, non fece proprio nulla.
Perfino le pensioni non sarebbero una creazione del Fascismo!
Evidente come io debba, a tal punto, sottopormi quanto prima ad una accurata visita medica in quanto chiaramente affetta da allucinazioni, come quella relativa al Regio Decreto Legge n. 371/1933, istitutivo dell'INFPS (ora INPS).
Mi rinfranca, tuttavia, giacché come si suol dire “mal comune, mezzo gaudio”, sapere di condividere tale allucinazione con tutti gli Autori di qualsiasi manuale di Diritto del Lavoro.
E no, non c'è alcun bisogno che Vice Italia mi ricordi che esisteva già da prima una “Cassa nazionale per le assicurazioni sociali”, perché ne sono perfettamente a conoscenza.
Così come sono perfettamente a conoscenza del fatto che la summenzionata “Cassa nazionale” tutelasse unicamente i dipendenti del settore pubblico laddove, nella costruzione degli Stati nazionali e borghesi di fine '800, le pubbliche amministrazioni erano essenzialmente costituite dai Ministeri e da organizzazioni simili, accentrate, e di dimensioni relativamente limitate.
Di conseguenza, i dipendenti pubblici che potevano usufruire della “Cassa nazionale per le assicurazioni sociali” erano una minoranza di cittadini, caratterizzata da una certa omogeneità sociale della burocrazia di ruolo legata alla classe politica, della quale costituiva di fatto la longa manus.
Certo, vista la solerzia con la quale negli ultimi 72 anni ci si è affannati nello smantellamento dello stato sociale (rinnovo agli interessati l'invito ad una accurata lettura di un qualsiasi manuale di Diritto del Lavoro: si guardino le date di ogni singola normativa a tutela dei lavoratori e quelle di ogni successiva legge abrogatrice, e ci si dia da soli una risposta alle proprie domande), non mi sorprenderebbe poi così tanto se qualcuno volesse tornare al sistema di fine '800- al quale, peraltro, di questo passo si tornerà sul serio.

Appare consolatoria, di contro, la notizia relativa alla richiesta di archiviazione, da parte del PM di Milano, per gli indagati per i “saluti romani” al Campo X del Cimitero Musocco, di cui si fece un gran parlare a fine aprile.
Dopo una necessaria premessa relativa al fatto che, come giustamente evidenziato dal nostro Segretario Nazionale Carlo Gariglio sul suo blog, nessuno di questi personaggi immortalati nell'atto di salutare romanamente i caduti della RSI avesse in tasca una tessera del MFL, ma anzi fossero a quanto pare afferenti a movimenti politici i cui dirigenti non perdono occasione per smentire di essere fascisti non appena “interrogati” in merito da qualche giornalista, e dopo un altrettanto caloroso invito a tali militanti, se -come io mi ostino a pensare- in buona fede, a valutare con più attenzione a chi offrire i propri ideali e la propria attività, posto che troverei personalmente alquanto disturbante “onorare” i caduti della RSI salvo poi avere in tasca la tessera di qualche partito i cui rappresentanti pubblicamente negano ogni collegamento col Fascismo, vorrei esprimere comunque sollievo per questo epilogo.
Non certo in virtù di una conoscenza o simpatia per i personaggi coinvolti, bensì nel nome di un'altra considerazione: un Paese nel quale l'assenza di pietas giunge a varcare la soglia dei cimiteri (che lo faccia per mano di questurini che solertemente identificano persone “colpevoli” di aver portato un saluto sulle tombe dei caduti della RSI o per mano di un branco di vigliacchi che si prodigano a vandalizzare la tomba di Ettore Muti) è un Paese affetto da una ferita profonda, dilagante, forse insanabile.
Non che la mia opinione sull'attualità del nostro Paese diverga molto da quella sopra esposta ma, almeno in questo frangente, sono felice di essere stata smentita.

lunedì 31 luglio 2017

I famosi lavori che gli italiani non vogliono fare: schiavi, sottopagati e senza malattia



Solo gli imbecilli o coloro in malafede (o coloro che sono entrambe le cose) non vedono come l’invasione di parassiti che quotidianamente si riversano sulle nostre coste altro non sia se non una moderna forma di schiavismo esercitata primariamente sulla pelle degli italiani e, secondariamente, sulla pelle dei presunti migranti, i quali altro non sono se non parassiti che pretendono di venire qui ad usufruire di quei diritti e di quelle conquiste che le loro civiltà non sono state capaci di guadagnare da se.

Ciò è talmente evidente che, ormai, i moderni schiavisti non si preoccupano nemmeno più di usare parole accattivanti, che si richiamano agli ideali di accoglienza e di fratellanza, ma utilizzano un messaggio ben più netto e chiaro: 

“Ragazzi gentili, generosi, con un’ottima resistenza fisica e che non avanzano alcuna pretesa dal punto di vista retributivo, professionale o di turnazione. […] Capiscono e parlano italiano ed inoltre sono iscritti a Garanzia Giovani Veneto, oltre che al centro di impiego. Il progetto Garanzia Giovani dà la possibilità alle aziende di assumere i ragazzi tramite un contratto di stage (per la durata minima di 3 mesi) con una retribuzione di 400 euro al mese. Già alcuni dei nostri ragazzi sono stati inseriti in aziende del territorio. Hanno tutti i documenti in regola per lavorare (permesso di soggiorno e codice fiscale)”.

Questo è il testo di una lettera di posta elettronica che una azienda veneta si è vista recapitare da parte della Nova Facility, cooperativa rossa che in provincia di Treviso gestisce alcune centinaia di clandestini. 

Ecco, finalmente, svelati i famosi lavori che gli italiani non vogliono più fare: sottopagati a 400 euro al mese, non rompono le scatole con ferie, permessi, malattie, e quisquiglie varie che nel mercato del capitalismo rampante sono sempre più un peso.

In un Paese civile si prenderebbe atto di ciò e si procederebbe non dico a qualche sana fucilazione – ché sarebbe chiedere troppo – ma quantomeno qualche magistrato degno di questo nome accantonerebbe la solita inchiesta su qualche ragazzino che fa il saluto romano dentro un cimitero per dedicarsi ai moderni schiavisti che, oggi come ieri, hanno il fazzoletto rosso.