giovedì 23 febbraio 2017

Lettera aperta del MFL Bologna al Magnifico Rettore dell'Università di Bologna Ubertini

Caro Magnifico Rettore, apprendiamo con stupore – per quanto ormai l’esperienza accumulata in questi anni di conoscenza attiva dovrebbe suggerirci il contrario, ossia non la passiva rassegnazione ma la “normale” rabbia quotidiana – della situazione di cui parlammo a suo tempo con il professor Dionigi, Suo predecessore. La situazione, cioè, in cui versa la nostra Università in termini di libertà di espressione.  
Esistono, all’interno dell’‪#‎Unibo‬, sacche più o meno agguerrite di individui che fanno della violenza e dell’intimidazione il proprio modus vivendi e, di conseguenza, il proprio modo di intendere la lotta politica. Ci riferiamo a quel mare magnum di sigle – come il Collettivo Universitario Autonomo , Labo ,Hobo‬ (gli autori dei vari attacchi al professor Panebianco) – che monopolizza e indirizza a proprio vantaggio la comune vita degli studenti universitari ordinari.  
Non dobbiamo certo ricordarLe i cosiddetti “blocchi della didattica”, che si sono avuti proprio all’inizio del Suo mandato, e che hanno impedito agli studenti, quelli che davvero sono degni di definirsi tali, di usufruire di un servizio di cui hanno pieno diritto, quali iscritti all’Alma Mater. 
Forse però possiamo farLe presente che, durante l’epoca del Suo predecessore Dionigi, i nostri prodi autonomi arrivarono persino, durante un’occupazione abusiva notturna, a danneggiare una vetrata dei locali del 38 di via Zamboni. Danneggiamento a causa del quale la Scuola restò chiusa per l’intera mattinata. E, a proposito di occupazioni, Le rammentiamo che spesso e volentieri gli autonomi sfruttano i locali dei dipartimenti di via Zamboni per organizzare squallide festicciole di autofinanziamento o serie di serate apparentemente “impegnate”, che in realtà celano solo il desiderio di questi individui di propagandare le loro ignobili idee. Le quali del resto campeggiano già su tutti i muri della zona universitaria e tra le quali citiamo, a puro titolo di esempio: “Rivogliamo i marò, sì, nelle urne però…”, “Fascisti e polizia, una smitragliata e via”. “Zamboni 36, camerata dove sei? Zamboni 38, camerata fai fagotto”, “Coccia [il questore] appeso”, ecc. Immaginiamo non ci sia bisogno di continuare. 
Gli ultimi avvenimenti del 7 febbraio, con l'occupazione e lo sgombero della biblioteca al civico 36 di via Zamboni, con danni quantificati dalla stessa Unibo di 50 mila euro, parlano da soli. Per non dire della chiusura delle stessa struttura con i collettivi che continuano imbelli a fare manifestazioni non autorizzate dalla Questura, con le minacce in rete a quei studenti dissidenti con un modo di fare che non esitiamo a definire di carattere mafioso.  
Ebbene, caro Magnifico Rettore, questi signori, che turbano le normali attività accademiche, che minacciano stimati professori, danneggiano aule e suppellettili e imbrattano palazzi dal valore storico, questi signori sono Suoi studenti. Non si sa bene da quanti anni siano fuori corso, ma siamo comunque certi che alcuni possiedano il badge che li qualifica come studenti dell’Alma Mater. Ora, Signor Rettore, il dovere La richiama al suo ruolo di rappresentante dell’Università di Bologna e Le impone di prendere provvedimenti che non si fermino a una condanna verbale. Lei ha gli strumenti per intervenire più duramente (e in modo più giusto). Lei può espellere questa gentaglia e privarla del diritto di qualificarsi come studenti della nostra Università. Questa scelta, oltre a essere un atto di giustizia in sé, andrebbe a vantaggio della credibilità di questa istituzione accademica e della Sua persona. Diversamente, è evidente che gli studenti che non accettano questa situazione, che ormai perdura da troppi anni, decideranno di organizzarsi in altro modo, cercando di porre fine autonomamente agli atti teppistici dell’estrema sinistra. La misura è colma e non bastano più ammonizioni o lettere di richiamo. 
I collettivi di estrema sinistra vanno espulsi dall’Unibo e ci aspettiamo che Lei prenda la decisione più giusta per la comunità accademica. 

I nostri più distinti saluti 

La Segreteria Provinciale Movimento Fascismo e Libertà – Federazione di Bologna

martedì 21 febbraio 2017

Il vero scandalo è che esista l'UNAR



Facciamo subito chiarezza: il fatto che l’UNAR finanzi un circolo privato (con tanto di dark room per gli incontri al buio) in cui si pratichi la prostituzione omosessuale maschile è una cosa di per se scandalosa e che giustamente dovrebbe indignare gli italiani. Che il direttore dell’UNAR, Francesco Spano, sia anche uno dei soci di questa associazione, che prende all’incirca 55.000 euro all’anno per praticare allegramente la sodomia all’interno dei propri locali, fa parte di quelle maialate all’italiana alle quali siamo tristemente avvezzi. Che lo stesso Francesco Spano poi dichiari di essere stato iscritto a questa associazione a sua insaputa fa parte del triste teatrino della politica italiana.

Strano Paese, l’Italia. È pieno di benefattori facoltosi e soprattutto anonimi che elargiscono favori ai nostri politici e/o ai loro sgherri nel più totale anonimato. Aveva cominciato l’allora Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, con una casa con vista sul Colosseo che, ovviamente, era stata comprata coi suoi soldi e intestata a sua insaputa. Poi, schieramento politico opposto, dodici anni dopo arriva Virginia Raggi a raccontarci che le hanno intestato delle polizze economicamente molto remunerative delle quali lei, però, non sapeva nulla (ah, gli onesti). Oggi, a distanza di qualche settimana, il mitico Francesco Spano ci delizia raccontandoci che lui, del circolo omosessuale dedicato a Mario Mieli di cui faceva parte, non ne sapeva nulla.

Le cose più scandalose, però, in tutta questa vicenda, a mio modo di vedere, sono altre. Due, per l’esattezza.

La prima, che balza immediatamente agli occhi, è che sul territorio italiano si permetta l’intitolazione di un circolo culturale a Mario Mieli. Vale a dire ad un individuo dichiaratamente omosessuale che, nel suo “Elementi di critica omosessuale” (vera e propria Bibbia per ogni attivista omosessuale che si rispetti) sdogana pedofilia, sadismo e coprofagia. Un bel personaggino, insomma.

Il secondo elemento dello scandalo, ancora più grave, è che l’UNAR, molto semplicemente, esista. Come è possibile, infatti, che in Italia esista un organismo, non deciso da nessuno e i cui dirigenti non sono stati eletti da nessuno, che ha l’ultima parola su ciò che si può dire e non dire in questo Paese, fungendo da vero e proprio gendarme per il politicamente corretto? Chi non ricorda i richiami, anche molto forti, a politici colpevoli solo di essersi espressi contro l’immigrazione incontrollata, come accadde a suo tempo con l’onorevole Giorgia Meloni? Oppure i richiami a quelle forze politiche che a suo tempo – prima, cioè, che la Polizia e Magistratura scoprissero quanto quegli stessi partiti andavano denunciando da tempo – si lamentavano della situazione di illegalità e di violenza del campo rom Al Karama, vicino a Latina (poi chiuso forzatamente)? Per citare solo alcuni episodi che mi tornano alla mente.

Quasi come se deputati e parlamentari della Repubblica non abbiano il potere di parlare in nome e per conto degli elettori che li hanno eletti e debbano venire ripresi come studentelli che non hanno bene imparato la lezione (dell’UNAR, si intende); quasi come se Movimenti politici legalmente costituiti e legalmente operanti sul suolo nazionale non abbiano diritto ad esistere e ad esprimersi contrariamente all’indirizzo politicamente corretto che l’UNAR di Francesco Spano ha sempre cercato di esprimere e di difendere. 

Quindi, se permettete, non è tanto il fatto che dei froci palestrati si prostituiscano nelle ammucchiate del circolo Mario Mieli, non è tanto il fatto che lo facciano con i nostri soldi, quanto che lo facciano sostenuti da un organismo che – a dispetto delle regole democratiche – funge da vero e proprio gendarme del politicamente corretto, permettendosi pure di sanzionare politici e/o partiti non allineati alle sue direttive, senza alcun controllo e senza dover rispondere del suo operato a nessuno (come il servizio de Le Iene ha ampiamente dimostrato). Cominciate da questo, se volete fare un po' di pulizia.

lunedì 20 febbraio 2017

Alma Mater di Bologna: vincono i teppisti rossi



Se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi sul potere intimidatorio e finanche mafioso che i centri sociali e gli antifascisti militanti esercitano su quel che rimane del tessuto culturale italiano, forse la vicenda dei CUA di Bologna potrebbe essere, se ancora ce ne fosse bisogno, l’ennesima dimostrazione di tale evidenza.

A Bologna, in Italia, nel nord Italia, per anni si è tollerata l’esistenza di una sorta di terra di nessuno dove la civiltà e la legge si sono ben guardate dall’entrare. Nella Biblioteca dell’Università di Lettere della Facoltà di Bologna, per anni, tutta l’immondizia umana più disgustosa e più immonda ha trovato rifugio: clandestini, spacciatori, immigrati, drogati, punkabbestia, hanno eletto il simbolo della civiltà – quale dovrebbe essere, appunto, una qualunque Biblioteca – come luogo prediletto per bucarsi, spacciare droga, consumare rapporti sessuali (in cui non sempre era necessario il chiaro consenso delle ragazze che avevano la sfortuna di incappare in simili teppisti), bivaccare. Ad imporre la sua presenza mafiosa, per anni – giova ricordarlo – sempre il CUA: il Collettivo Autonomo Universitario, formazione studentesca universitaria di estrema sinistra, formata dai più disgustosi e violenti antifascisti, quelli sempre in prima fila negli agguati contro i “neri” (rigorosamente in dieci contro uno, ovviamente!), sempre pronti a rovinare le manifestazioni di destra o non apertamente riconducibili all’area antagonista, sempre pronti allo scontro con le forze dell’ordine, con i Fascisti, e via dicendo.

Già qualche anno fa avevo avuto il sentore di questo clima di terrore. Ricordo che un camerata, dirigente del MFL, mi disse chiaramente del “cazziatone” che fecero ad uno dei nostri, colpevole di essere andato a volantinare nella zona del CUA (perché questi hanno le loro zone operative, né più né meno come quella mafia che tanto sostengono a suon di canne, pasticche e droga) senza una adeguata protezione. Il camerata mi raccontava di questo pazzo che aveva avuto il coraggio addirittura di rischiare la pelle, “Perché se ti prendono da solo ti riempiono di botte, e se riesci ad andare via in ambulanza sei già fortunato”. Mi colpì il modo di parlare del camerata: era una cosa assolutamente normale che andare a volantinare nelle zone del CUA fosse considerata un’azione da pazzi squilibrati, quasi un suicidio. La cosa era assolutamente normale, come è normale la presenza della mafia in diverse zone del sud. E spesso, in quanto ad organizzazione e modalità di attacco contro le forze politiche nemiche, non c’era nemmeno così tanta differenza.

Tale situazione, si diceva, è stata tollerata per anni. Ultimamente, però, le denunce di quanto accadeva all’interno della Biblioteca si sono fatte sempre più gravi: aggressioni sessuali alle ragazze che si attardavano a studiare, drogati che si bucavano “tranquillamente” tra i banchi, incontri tra omosessuali, e via dicendo.

Quando la Facoltà di Bologna si è decisa ad intervenire con l’installazione di appositi tornelli – “costringendo” gli studenti ad avere un badge per l’ingresso o a dichiarare i motivi del loro ingresso (cosa che accade in tutti i posti civili, non solo nelle biblioteche), il CUA, per tutta risposta, ha distrutto i tornelli, costringendo il Rettorato a chiamare la Polizia. Il resto è cronaca dell’ultimo periodo: una vera e propria guerriglia urbana che si è conclusa solo dopo diverse ore di lotta corpo a corpo tra gli estremisti di sinistra e le forze dell’ordine, con i locali completamente devastati e diverse persone (tra le quali studenti che si sono trovati tra le due opposte fazioni nel momento in cui queste venivano a contatto) costrette a ricorrere alle cure del Pronto Soccorso. Non solo, la lotta è continuata anche sui social network, con una vera e propria campagna intimidatoria condotta, sempre dalle pagine social del CUA, consapevole della propria impunità guadagnata in anni e anni di amministrazioni di sinistra, contro quelli studenti che hanno avuto il coraggio di lodare l’intervento armato delle forze dell’ordine per porre fine ad una situazione di degrado e di illegalità talmente diffusa da essere diventata la norma.

Eppure, nonostante questa massa di criminali e di teppisti abbia favorito all’interno di locali di proprietà di una nota università italiana ogni genere di atto illegale, nonostante abbia ingaggiato uno scontro militare contro le forze dell’ordine, nonostante anche dopo ciò abbia continuato la propria guerra di linciaggio mediatico contro quelli studenti che hanno lodato l’intervento di Polizia e carabinieri per riportare i locali dell’Ateneo ad una situazione di normalità, nonostante tutto ciò il Collettino Universitario Autonomo ha vinto.

Il rettore dell’Alma Mater, Francesco Ubertini, ha deciso di non proseguire con l’installazione dei tornelli in Biblioteca. Tornelli che, lo ricordiamo, erano già stati precedentemente installati e subito divelti e rovinati dalla canaglia di sinistra.

Ora, gioverebbe fare sempre lo stesso giochino: come sarebbero andate le cose se si fosse trattato dell’opposta parte politica? Se, cioè, un collettivo universitario dichiaratamente di destra avesse eletto i locali di una Biblioteca universitaria a propria stabile dimora, favorendo la diffusione di ogni tipo di illegalità, distruggendo i locali del Rettorato, ingaggiando uno scontro violentissimo con la Polizia e minacciando, infine, gli studenti dalle pagine dei propri social network? Potete ben immaginarlo, ovviamente.

giovedì 16 febbraio 2017

Figli di puttana, come ogni anno



Ogni anno, passato il 10 febbraio – giorno in cui si ricordano, o si dovrebbero ricordare, le migliaia di italiani torturati e gettati nelle foibe dai partigiani comunisti – ci troviamo mestamente a constatare come tale giornata altro non sia, almeno per la parte politica vincente nella seconda guerra mondiale, un’occasione per rinfocolare il tipico odio anti-italiano che anima l’antifascismo militante e salottiero. 

Constatiamo, insomma, come i morti delle foibe, rimangono morti di serie B. Nelle trasmissioni radiofoniche, in TV, sui giornali, nei commenti su Facebook della disprezzante sinistra al caviale.

Abbiamo visto, anche quest’anno, di tutto. Cominciando dalle targhe di commemorazione delle vittime che sono state deturpate e imbrattate dalla canaglia antifascista (anche a Cagliari, in piazza Martiri delle Foibe, quest’anno la targa è stata vandalizzata senza che i media si siano premurati di darne almeno una minima comunicazione), passando per presunti storici negazionisti che vengono pomposamente invitati nientemeno che alla Camera dei Deputati per esporre le tesi revisioniste (“le foibe sono colpa dei fascisti”, “nelle foibe ci hanno messo i Fascisti e quindi fu cosa buona e giusta”, e via dicendo) e i principali rappresentanti delle istituzioni che non trovano nemmeno il tempo di incontrare i parenti delle vittime (il Presidente della Repubblica, Mattarella, ha avuto anche il tempo di partecipare all’incontro di rugby “Sei nazioni”, ma non di incontrare le associazioni degli esuli), passando per i commenti e gli articoli e i post che sono stati pubblicati da una sinistra radical chic aperta e democratica solo quando a venire propagandate e sostenute sono le loro idee, ma capace di un astio e di un livore finanche disumani quando si tratta di commemorare gli italiani.

Ultima, in ordine di tempo, Radio Deejay, nota radio nazionale conosciuta per la musica da decerebrati che propina ventiquattro ore su ventiquattro: stamattina i tre imbecilli della trasmissione “Chiamata Roma Triuno Triuno” parlavano del caso di una scuola media che ha provato a studiare il Ventennio Fascista rievocando un ballo di gala, con tanto di codice di abbigliamento. Parte il tam tam dei tre imbecilli che irridono l’iniziativa. Fino ai compiti per gli studenti declamati dal balcone della scuola e alle gite a piedi, in marcia militare, niente di particolare: è la solita stupidità "sinistra". Poi la battuta: quando il professore chiede qualcosa che non sai tu rispondi “E le foibe?”, nota battuta che una Caterina Guzzanti, che pur l’aveva inventata per fare il verso ai ragazzi di CasaPound, ha già abbandonato da anni. E giù di applausi.

“E le foibe?”, a solo qualche giorno dalla giornata del ricordo, diviene una battuta per far ridere, non suscita indignazione, né ribrezzo, bensì passa in cavalleria. 

Come tutto. Come troppo.

Per capire la gravità di un tale atteggiamento, direi di più, di un tale modo di sentire, basta semplicemente fare il solito, facilissimo giochino: chiudere gli occhi e immaginare cosa sarebbe accaduto se il fatto si fosse verificato a parti inverse. Se, cioè, un conduttore radiotelevisivo, a solo qualche giorno dalla Giornata del Ricordo del 27 gennaio, per dirne una, avesse fatto in radio una battuta “E l’olocausto??” per prendere in giro i militanti di sinistra. Probabilmente sarebbe stato cacciato in meno di dieci secondi dalla televisione, con l’emittente che si stracciava le vesti in scuse e lacrime, con Boldrini e Mattarella a fungere da vestali dei “poveri sopravvissuti”, con migliaia di utenti Facebook che avrebbero inondato di insulti e di critiche la pagina dell’emittente stessa. 

Per carità, la cosa sarebbe anche plausibile ed accettabile se il trattamento non fosse così disuguale, così ipocrita, così melenso. Mi spiego meglio. Si potrebbe anche accettare la scarsa sensibilità di un conduttore radiofonico nel ricordo dei martiri delle Foibe, o le lapidi divelte, o i presidi degli antifascisti pidocchiosi per non far parlare le associazioni degli esuli (come è accaduto in questi giorni in alcune città italiane), o l’insofferenza, quando non il vero e proprio odio, distribuita sui social network da una massa di stronzi che dileggiano i morti che non sono più direttamente riconducibili alla propria parte politica. Si potrebbe accettare tutto ciò se non ci fosse, viceversa, una tutela immane per i morti dell’altra parte, tutelati perfino da leggi liberticide, da orde di decerebrati pronti a stracciarsi le vesti se solo si osa toccare il culto olocaustico, da un intero apparato governativo e di sistema pronto anche a rendersi ridicolo nel partecipare ai funerali di un nigeriano mafioso, se si è appurato che questi è stato ucciso da un italiano che lo ha chiamato "negro".

Invece ci ritroviamo, oggi come ieri, al solito modello dei “due pesi e due misure”. Perché, statene certi, la Boldrini non si indignerà in diretta TV per questo oltraggio, allo stesso modo in cui non si è indignata per tutti quelli che sono stati fatti i giorni precedenti e che l’avrebbero invece vista in prima fila se si fosse trattato di presunti sopravvissuti dell’olocausto o di qualche migrante, questa nuova figura dalle caratteristiche quasi cristologiche. Grasso e Mattarella continueranno a trovare, ogni 10 gennaio, il tempo per andare al torneo delle “Sei nazioni”, ma non certo per partecipare alla commemorazione delle foibe. Altri conduttori radio seguiranno gli imbecilli de Le Iene e faranno qualche battuta di cattivo gusto: nessuno ne chiederà il licenziamento o riempirà le loro pagine Facebook di insulti, come sarebbe accaduto se si fossero permessi di dileggiare, viceversa, l’unico vero culto attualmente esistente ed imposto per legge in Europa, quello dell’olocausto.

È la cartina di tornasole della miseria umana, prima ancora che politica, di tutto un apparato dirigente che ha preteso di derubricare i morti in una categoria di serie A e una di serie B e che, incredibile ma vero, ci è perfettamente riuscito.

venerdì 10 febbraio 2017

La verità non può essere infoibata

No, io non dimentico. Non dimentico le donne violentate, gli anziani martirizzati, le une con gli altri gettati vivi negli abissi carsici. Non dimentico i partigiani italiani che stilarono le liste di proscrizione, girando casa per casa. Non dimentico i comunisti italiani che accolsero gli esuli istriani e dalmati con insulti e pestaggi. Non dimentico i partigiani italiani che fucilano giovani sedicenni, colpevoli solo di aver combattuto l'invasore. Non dimentico un criminale di guerra, tal Pertini, che baciò, con le lacrime agli occhi, la bara di chi massacrò la mia gente. Non dimentico giornalisti e politici, che hanno taciuto e tacciono ancora l'olocausto della mia gente, questo si vero e dimostrabile, per non scomodare i loro innominabili padroni e la loro storiella inventata per renderci più schiavi.
Io non dimentico. E prima o poi troveremo il modo di farvela sacrosantemente pagare.

martedì 7 febbraio 2017

Nessun perdono per gli assassini e i criminali



È la notte tra il 6 e il 7 luglio 1945. Romero e Teppa – nome d’arte di Valentino Bortoloso, per l’appunto – fanno irruzione nel carcere mandamentale di Schio alla ricerca di fascisti da massacrare. Dopo una sommaria cernita, che non risparmia nemmeno le donne, 54 persone, tra cui 14 donne, vengono prima torturate e poi barbaramente fucilate. La viltà di questa operazione è così elevata a tal punto da far addirittura pronunciare al Governatore Militare del Veneto, il Generale Dunlop: “Mai prima d’ora il nome d’Italia era caduto così in basso nella mia stima”. 

“La figlia del podestà abbraccia il partigiano che uccise suo padre”. Con toni tra il melenso e il sentimentale il sito internet de La Repubblica ci dà questa notizia: davanti ad una folla di giornalisti, autorità vescovili (ché quando si tratta di benedire le infamità non mancano mai) e lacchè di vario genere, si consuma l’abbraccio tra Anna Vescovi, la figlia di Giulio, podestà fascista tra le vittime della strage di Schio,  e Valentino Bortoloso, in arte Teppa. Chi è quest’ultimo? È uno degli autori materiali della strage di Schio, uno dei tanti crimini efferati ed orrendi compiuti dai partigiani a guerra finita, pertanto in tempo di pace.

In una Nazione civile, quindi non in Italia, dove i criminali partigiani sono stati insigniti di medaglie ed onori (lo stesso Bortoloso ricevette, qualche tempo fa, una medaglia al valore da parte dell’ANPI che gli fu poi ritirata dopo le pressioni provenienti da più parti: evidentemente anche a sinistra c’è un limite alla decenza), il Teppa avrebbe dovuto scontare definitivamente la sua pena: la fucilazione. Invece fece solo dieci anni di carcere.

Oggi vediamo la figlia di una delle vittime, quel Giulio Vescovi che fu prima picchiato e torturato, poi fucilato per mano del Bortoloso stesso, abbracciare candidamente l’assassino del padre. Ognuno ha la propria coscienza. Noi, dalla figlia di un Fascista morto, ci saremmo aspettati un poco di Onore in più. 

Continueremo a difendere la memoria e l'Onore dei Fascisti assassinati per mano partigiana, sempre e comunque. Cosa che nemmeno i figli, a quanto pare, sembrano non voler più fare.