domenica 21 ottobre 2012

Rispondiamogli a tono, finché siamo in tempo



Diversi camerati e lettori mi chiedono informazioni in merito alle intenzioni del governo riguardo la modifica delle leggi Scelba, legge Mancino e quelle relative all’incitamento all’odio razziale, che il golpista massone ha promesso, alla comunità ebraica che lo acclamava il 16 ottobre scorso in pompa magna, di rivedere, con l’aiuto di tutti i partiti (i quali, ne siamo certi, non si tireranno di certo indietro, vista la “caratura” dei “signori” che la chiedono a gran voce ormai da tempo), includendovi anche il reato di negazionismo e di revisionismo. Il Parlamento italiano si appresta – come altri Paesi europei (Francia e Germania fra tutti) – a varare una legge che preveda una pena detentiva per chi neghi il presunto olocausto ebraico compiuto dalla Germania Nazionalsocialista o ne ridimensioni la portata, gli avvenimenti o le cifre numeriche delle presunte vittime.

Comincio con lo scrivere subito una cosa. Compratevi una pennina usb e salvate tutti i documenti, i siti, i libri elettronici e qualunque altra cosa riteniate importante: è molto probabile che, se questa legge passasse, molti libri di testo, molti articoli, molti blogs, molti siti internet che quotidianamente pubblicano materiale revisionista saranno costretti ad eliminare tantissimo materiale per non incorrere nella repressione della nuova Polizia del Pensiero targata Riccardo Pacifici. 

Questa proposta di legge – che è, né più né meno, una legge che punisce un reato di opinione – è auspicata e invocata da tempo, specialmente dalla lobby ebraica e dai suoi sgherri. Questi “signori” si sono resi conto che la semplice censura “morale” e l’intimidazione civile e politica non bastano più. Basta una semplice connessione ad internet, o entrare in una biblioteca ben fornita, per inquadrare i racconti sulle SS che maneggiano Zyklon B con la sigaretta accesa, le confessioni di Primo Levi, le “sconvolgenti” rivelazioni e scoperte di Simon Wiesenthal e di Shlomo Venezia, per quello che sono: delle gigantesche, enormi e ridicole BALLE. Il revisionismo prende sempre più piede. Non è più opera di qualche buontempone razzista americano, impastato a “White Pride” e birra, che lo utilizza come clava per i suoi deliri razzisti. È diventata, checché se ne dica, una vera e propria scienza che, specialmente negli ultimi anni, affinando i metodi di ricerca storiografica ed il lavoro comparatistico, ha conseguito risultati importantissimi. Prende sempre più piede, spunta su qualche rivista, fa breccia in particolar modo sui giovani e su tutti coloro che, dalla mente abbastanza aperta ed elastica, non si accontentano più del solito documentario fazioso redatto da qualche giornalista compiacente con la kippah.

Come avevamo scritto già a suo tempo, la Comunità Ebraica, con in testa il sempre agguerritissimo Riccardo Pacifici, ci aveva già provato. Questo sembra solo l’ennesimo appello che stavolta il massone golpista ha accolto in pieno: se ha fatto il lavoro sporco salvando le banche parassitarie, affossando le imprese, riducendo sul lastrico milioni di famiglie, imponendo una tassazione che nemmeno la Cambogia di Pol Pot si è mai sognata di introdurre, perché non fargli fare anche la legge moralmente più schifosa e più abbietta che ci possa essere, cioè quella che impedisce la libera ricerca storica o le opinioni controcorrente? Legge anti-revisionista sia, allora!

Quello che più sconvolge, che più lascia atterriti, che più sconforta umanamente, ancor prima che politicamente e intellettualmente, sono le dichiarazioni che i politici e i rappresentanti degli ebrei hanno esternato negli ultimi giorni, in un’orgia di demenza e di stupidità, senza che nessun giornalista osasse dire “ma”. Sappiamo bene che sono pennivendoli armati di penna e cappuccio, ma stavolta avevano una certa parte del mondo scientifico, per non parlare del Vaticano, che gli davano manforte. Qualche cosa avrebbero pur potuto dirla! E va bene, lo facciamo noi. 

Riccardo Pacifici già nel gennaio scorso si era lasciato andare a queste dichiarazioni: “Distinguiamo fra diritto di opinione e negazionismo. Affermare in una casa privata che l’Olocausto non sia mai avvenuto può essere un gesto stupido, immensamente riprovevole e simile a chi sostiene che la Terra è piatta. Ma credo non si possa più concedere il diritto di alzarsi in piedi in un’aula parlamentare, in un’università, in un luogo pubblico in cui si formano le coscienze e dire che la Shoah è stata un’invenzione. La legge riguarderebbe questo ambito”. Meno male! Almeno la possibilità di dire quello che pensiamo in casa nostra, magari mentre amoreggiamo con la nostra donna sotto le lenzuola, il “buon” Riccardino ce la concede ancora! Ci stavamo preoccupando! Lui si indigna quando qualcuno parla nelle università, in una Facoltà, in una piazza, davanti ad un microfono, in qualunque sede, insomma, che sia pubblica. Non ci si lasci distrarre da queste affermazioni per qualificarle come aria data ai denti. Sono molto intelligenti, anzi, per quanto di una intelligenza diabolica, tutta protesa a mettere e tacere l’altro. Pacifici, e con lui tutti i sostenitori di questa legge, vogliono assolutamente evitare una cosa: che il revisionismo acquisti una sua legittimità storica. Il discorso che Gianfranco Fini ha tenuto alla Camera il 24 gennaio scorso, in occasione della presentazione di un libro sull’olocausto (ci sarebbe da chiedersi perché mai nel Parlamento Italiano si debbano presentare libri che riguardano il 2% della popolazione italiana, anziché far le leggi per il restante 98%, ma accantoniamo almeno per adesso questa questione) è, in questo senso, chiarificatore: “Affermare l’inesistenza delle camere a gas, negare il piano di sterminio degli ebrei, concepito e attuato dal Nazismo, non è una tesi storiografica: è soltanto una turpe menzogna ideologica. Non è di fatto nemmeno pensabile una discussione che abbia per oggetto il misconoscimento della realtà storica”. Si vuole negare al revisionismo anche soltanto l’essere una corrente storiografica, per quanto minoritaria. Classificarlo come storiografia equivarrebbe, per definizione, a dargli una legittimità che non si vuole in alcun modo concedergli. Non perché sia aberrante (negare o ridimensionare un evento storico non significa esaltarlo o difenderlo) ma perché, molto probabilmente, si scivolerebbe su un terreno su cui la storiografia sterminazionista non ha la capacità di combattere: quella di rispondere colpo su colpo alle argomentazioni dei revisionisti. Sarebbe molto semplice, se il revisionismo fosse una stupidità, come dice Riccardo Pacifici, liquidarlo con qualche dato storico o con un semplice confronto scientifico, in modo da azzerare pubblicamente la reputazione di questo o quell’altro storico revisionista e le sue tesi. Ma è proprio quello che non possono fare, che non sanno fare, che non vogliono fare. Ed eccoli, quindi, in tutta una serie di capriole e di salti per giustificare l’ingiustificabile che hanno del ridicolo. Di seguito fornisco alcuni esempi.

1) I revisionisti non perseguono una logica democratica o di ricerca delle fonti, ma agiscono in chiave politica per minare i sistemi democratici.
Non è vero. Innanzitutto il potere politico non deve e non può attribuire patenti di democrazia a chicchessia. Questo è tipico degli Stati totalitari, e in particolar modo di quelli comunisti, che classificavano come contro-rivoluzionario, e quindi contro lo Stato stesso, chi perseguiva idee contrarie al regime. Se i negazionisti non perseguono una seria ricerca delle fonti sta all’ambito accademico e scientifico deciderlo, e non certo ad un Tribunale che sancisca per legge cosa è permesso e cosa non è permesso pensare e/o scrivere. 
2) I revisionisti usano il revisionismo storico come una valvola di sfogo per fare politica e per i loro deliri antisemiti e filonazisti.
Non è vero. Basta studiare la stessa genesi del revisionismo per sapere che gran parte dei principali storici revisionisti sono politicamente molto distanti dal Nazionalsocialismo o dalle politiche attuate dal Terzo Reich. Lo stesso Paul Rassinier, autore de “La menzogna di Ulisse”, è stato deportato ad Auschwitz. Inoltre, in ambito accademico come in ambito scientifico, conta la validità di ciò che viene detto e le prove che vengono portate a sostegno di esso, e non la reputazione di chi esprime le proprie tesi. Se i revisionisti affermano delle teorie indimostrabili, smentite dalle prove e dalle testimonianze, che li si squalifichi in sede accademica e giudiziaria, non attentando alla loro reputazione umana e/o accademica e impedendogli di esporre le proprie tesi.
3) I revisionisti utilizzano il revisionismo per sminuire la politica persecutoria della Germania Nazionalsocialista e per discolpare in qualche modo il Terzo Reich, in questo modo riabilitandolo. 
Non è vero. A parte il fatto che non esiste – a tuttoggi – un solo storico revisionista che anche solo lontanamente abbia mai espresso delle simpatie verso il nazifascismo, questa è un’affermazione che non spiega alcunché. La ricerca storica deve essere svincolata da qualunque considerazione di carattere politico, ma deve avere come unico fondamento la comprensione dei macrofenomeni storici e la ricerca della verità in piena oggettività. Cosa diremmo a chi, intervenendo sul luogo di un disastro aereo, sosterrebbe che non è importante come è precipitato l’aereo, quanti sono i morti, quanti sono i sopravvissuti, quali sono le modalità che hanno portato alla fatale tragedia, perché tanto appare ovvio che la colpa sia di un errore umano, e non vi è nient’altro da indagare? Esigeremmo, giustamente, una commissione di inchiesta sull’accaduto, che vagli attentamente tutte le possibilità, senza escluderne a priori nessuna. Perché ciò non può essere fatto per qualunque avvenimento storico, olocausto ebraico incluso?
4) Il revisionismo viene utilizzato spesso e volentieri come arma per contestare lo Stato di Israele.
Non è vero. Antisemitismo e antisionismo non sono poi la stessa cosa. Tant’è vero che moltissimi ebrei sono antisionisti e moltissimi non ebrei sono sionisti.  Non vi è, almeno su un piano generale, alcuna connessione tra la nascita dello Stato di Israele, avvenuta nel 1948, e l’olocausto, avvenuto dal 1942/43 al 1945. Ciò che si è detto è stato che l’olocausto è servito, dal punto di vista morale, etico e politico, come giustificazione e legittimazione per la nascita dello Stato di Israele, che avrebbe dovuto garantire anche agli ebrei, così duramente perseguitati in precedenza, un proprio Stato. Ma questa affermazione può essere fatta dagli storici ufficiali o dai revisionisti in egual misura, senza che la sua veridicità venga confutata. Inoltre molti esponenti revisionisti (primo fra tutti lo storico David Cole) sono ebrei, e molti gruppi religiosi ebrei, come per esempio il Neturei Karta, si mostrano particolarmente critici nei confronti della Storia ufficiale della seconda guerra mondiale e della politica dello Stato di Israele. Accusare degli ebrei di antisemitismo, come è stato tristemente fatto nei confronti di questi gruppi e di queste persone, e non solo, è un paradosso.
5) Adesso si comincia col negare o ridimensionare l’esatta portata della Shoa. Ma vi è il pericolo che, in seguito, dalle parole si passi ai fatti, attentando direttamente all’esistenza stessa del popolo ebraico.
Non è vero. Non si vede, allo stato attuale, come una popolazione come quella ebraica, dispersa in varie parti del mondo (prima fra tutte la democratica Europa), integrata socialmente, politicamente e culturalmente nel proprio Paese, spesso e volentieri ben accolta, possa temere alcunché.
Concettualmente, inoltre, vi è una bella differenza tra ridimensionare o negare un determinato avvenimento ed esaltarlo. C’è una bella differenza tra affermare che “Il Nazionalsocialismo ha fatto bene a sterminare 6 milioni di ebrei” ed affermare “Non vi sono prove concrete che lo sterminio degli ebrei ad opera della Germania Nazionalsocialista abbia avuto luogo”. Nel primo caso si tratta del reato di istigazione alla strage, cosa che nessuno storico revisionista e nessuna persona dotata anche del minimo barlume di buon senso di permetterebbe mai di fare, e gli Stati europei hanno tutti gli strumenti giuridici per intervenire.
6) Appoggiare il revisionismo significa esaltare il Nazionalsocialismo e il Fascismo.
Non è vero. Come già è stato scritto, nessuno storico revisionista ha mai apertamente espresso sentimento filonazionalsocialisti. Ma anche se fosse, ciò non dovrebbe inficiare la serena valutazione del lavoro svolto da uno storico, in quanto non sono in discussione le sue idee politiche, ma l’attendibilità del lavoro svolto.
7) Introdurre il reato di negazionismo porrebbe anche l’Italia sull’esempio degli altri Paesi europei.
Non è una buona cosa porsi sullo stesso piano di Paesi che puniscono per legge un reato di opinione. E’ molto più lodevole, specialmente in un’Europa che vuole essere realmente aperta e democratica, favorire il confronto e chiedere, al contrario, l’abolizione di leggi liberticide, piuttosto che la loro estensione ad altri paesi come l’Italia.
8) Negare fatti storicamente accertati non esercitare un proprio legittimo diritto di critica, non è libertà.
Non è vero. In un Paese veramente libero e democratico posso negare qualunque cosa, anche l’ovvio. In un Paese veramente libero e democratico posso anche poter pensare che Napoleone non abbia perso a Waterloo, bensì vinto; posso anche pensare che l’uomo non sia andato veramente sulla Luna; posso anche pensare che Elvis Priesley si nasconda su un’isola deserta dopo aver scoperto un elisir di immortalità. su di me potrà essere esercitato un diritto di critica, potrò essere criticato e considerato anche uno stupido. Ma nessuno deve arrestarmi.
9) Il revisionismo è usato come propaganda per partiti e movimenti xenofobi, di estrema destra e razzisti. 
Può anche essere vero. E allora? E’ perfettamente logico e normale che movimenti o partiti politici, i quali fanno del recupero della propria Storia nazionale scevra dai condizionamenti ideologici dei vincitori, aderiscano alle tesi revisioniste. Nel momento in cui tali partiti o movimenti non infrangono le leggi dei propri Paesi, o le regole della competizione libera e democratica propria di tutte le democrazie avanzate, tali partiti possono e devono esprimere ciò che vogliono. 

Queste sono le squallide lamentele dei sostenitori della legge liberticida. Ora sapete come rispondergli a tono. Facciamolo, finché la Polizia del Pensiero targata Pacifici non verrà a cercarci a casa.

2 commenti:

Von Rchtofen ha detto...

A me, se la cosiddetta shoa ci sia stata o meno non importa un fico secco e, pertanto mi dichiaro orgogliosamente FREGAZIONISTA, non ne posso più di ebreucci piagnucolosi (mentre "allegramente" i loro parenti bombardano la Palestina), cristianucci che richiamano radici comuni e mussulmani col culo all'aria. Anzichè bruciare il solo corano facciamolo anche con la bibbia ed il vangelo: IL MONDO SARA' SICURAMENTE MIGLIORE!

Andrea Chessa ha detto...

Non fa una piega. IL tuo giudizio, comunque, è coerente. Il termine “fregazionista”, poi, lo trovo geniale. Avevo sentito “dubitazionista”, ma “fregazionista” lo batte nettamente.